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Autore Topic: Joe McFly  (Letto 2591 volte)

Offline Joe McFly

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Joe McFly
« il: 15 Dicembre 2006, 22:21:51 pm »
Mi ci hanno tentato, me lo hanno chiesto, mi hanno implorato...
Ovviamente tutto questo che ho detto è falso: la scelta è partita da me, ma forse in modo troppo avventato. Spero che non si rivelerà un grossissimo errore!!!
Ma, mal che vada, ho preso la mia decisione e, in caso di errore, imparerò a stare più attento (anche se ancora non so in quale in errore possa incappare).

Se non lo avete capito, adesso vi sto offrendo la piccola possibilità di conoscere, finalmente, una persona di cui tanto avete parlato e su cui tanto si diceva, senza mai sapere tutto davvero: eccoVi, quindi, solo in parte, la prima storia che vede protagonista Joe McFly e il suo amico Giangi.
(N.B.: Questa storia riguarda il "Ritorno di Joe McFly", accompaganto da un amico, e non le sue "origini").
Se ciò che seguirà vi apparirà troppo lungo (son ben 11 pagine), non è colpa mia: la storia originale lo è ancor di più e ho deciso di porre sotto la Vostra attenzione solo un piccolo assaggio, da poter meglio capire chi sia lui e non annoiarVi con una storia che potrebbe persino non piacerVi...
(N.B.: Sono stati effettuati vari "tagli", per non appensatire troppo la storia: non preoccupatevi, non erano indispensabili al fine della vicenda! Si capisce ugualmente!).

Questo è il mio regalo di Natale per Voi (in mia assenza, ci sarà questo a ricordarVi di me)... Che possa persino essere un buon inizio per un diverso anno, perchè, seppur storie d'azione, il mondo di Joe McFly è anche concetti morali, consigli e stili di vita reali, ma troppo spesso ignorati!
(N.B.: Seppur questo racconto riguardi un tema alla X-Files, tutta l'opera è ben lontana da crearne un remake: soltanto una serie di fatti ha voluto che la saga iniziasse con un racconto simile. Il tema è ripetuto in altre storie di Joe McFly, ma il suo obiettivo è ben diverso da quello che sembri...).

Vi auguro una buona lettura!!!  B)
P.S.: Aspetto commenti  :P


L’alieno

Paese di periferia. Villette a schiera.
Il signor Tyler si era trattenuto nel suo studio, perso in oscuri pensieri. Si versò l’ultimo bicchiere di rum; l’ultimo, prima del sogno, quello vero. Era lento il suo cammino verso la camera da letto, ma non per i rimorsi. Aveva avuto una vita serena, con pochi rimpianti. Dopotutto, chi non ne ha? E poi, sebbene fosse anziano, sentiva di avere ancora tanto da vivere.
La signora Tyler sentì il rumore dei passi sulle scale e aspettava, da un momento all’altro, che la porta si aprisse. Tutto ad un tratto, la signora vide una gran luce provenire da essa. Inutili i tentativi di aprirla e le speranze di ottenere risposta, nel gridare il nome del marito. Quando ci riuscì, una volta andata via quella luce accecante, vide uno spettacolo che è meglio non descrivere su queste pagine.

La polizia si era subito recata sul luogo del delitto, dove i nastri gialli tengono lontani i curiosi che, per fortuna, non v’e n’erano molti. Qualcuno avrebbe voluto vedere il corpo; altri si sentivano vicini alla tristezza dei familiari, ma, tutti, desideravano conoscere chi avesse potuto sporcarsi le mani con un delitto così orrendo. Benché evidente, nessuno riuscì a spiegarsi cosa c’entrava con esso quel ragazzo che, seguito da un suo coetaneo, si dirigeva verso quella casa.
“Ti ho portato in un vero luogo del delitto. Non mostrare i tesserini: troppi curiosi”.
Sussurrò qualcosa al poliziotto di guardia e questi, alzando il nastro, lasciò passare i due visitatori. La loro entrata in scena provocò lo stupore di tutti i poliziotti che erano lì, ma quello stupore durò poco: erano già stati messi al corrente della sua presenza e, poi, già molti conoscevano Joe McFly. Quello che non riuscivano a spiegarsi era chi fosse quel ragazzo che era insieme a lui. Joe non lo presentò, ma nessuno si preoccupò più di tanto, poiché erano troppo presi dal lavoro.
Joe si guardò intorno, per poi notare un poliziotto che conosceva. Stava parlando con una signora in lacrime: era la signora Tyler che raccontava la sua versione dei fatti svoltasi nella casa. Essendo curioso, si avvicinò verso lei, lasciando il suo misterioso accompagnatore solo e in imbarazzo.
“Che cosa ti ha detto?”, domandò, senza preoccuparsi di non farsi sentire dalla Tyler, sicuro che, triste com’era, non avrebbe dato peso al loro discorso.
“Oh, ciao Joe – lo salutò sorpreso – Ha raccontato una stana storia. È ancora sotto shock, ma si riprenderà”.
“Fa parlare me per un attimo. Forse riesco a capirci qualcosa di più”.
“Io non farei molto affidamento alle sue parole. Penso che, shock a parte, la signora sia un po’ svanita”, gli suggerì il collega a bassa voce.
“Svanita? È la tua considerazione psicologica o un modo del tuo ego di vedere la situazione? – il collega lo guardò, non capendo cosa volesse dire – Un testimone non è mai svanito, per quanto sia strano ciò che racconti”.
Il collega, che aveva parlato con Joe muovendo semplicemente il capo, si tolse dalla visuale, lasciando solo lui di fronte alla vedova. Era una donna sugli 80, ma davvero in ottima salute, con poche rughe ed abbastanza forte da vivere in una gran casa, con tutte le fatiche che essa comporta. Joe notò quanto la morte del marito e la tristezza sul volto l’avessero invecchiata parecchio. Era seduta su una piccola sedia appoggiata al muro, così Joe inginocchiò una gamba per poterla vedere in viso.
“Sono addolorato per quello che le è accaduto e capisco quanto sia doloroso rivivere momenti drammatici, ma le devo chiedere di raccontarmi nuovamente sin dall’inizio ciò che ha sentito. Lo faccio solo perché il mio lavoro lo richiede, altrimenti non n’avrei il coraggio”.
Intanto, il misterioso accompagnatore, dapprima si avvicinò per ascoltare, poi, per mancanza di sicurezza o per eccesso di buon senso, si mantenne a distanza, riuscendo lo stesso a sentire il discorso.
Si creò quell’atmosfera e quella scena che, se ci fosse stato un pittore lì presente, l’avrebbe considerata degna di un quadro: una vecchia signora in lacrime seduta su una sedia, un ragazzo inginocchiato per ascoltare le sue parole ed un terzo individuo che, da distanza ravvicinata, ascoltava e vedeva ogni cosa. Tutto questo, in mezzo ad un via vai di poliziotti che perquisivano ogni angolo e si muovevano agitatamente avanti e indietro.
“Ero salita in camera perché ero stanca – iniziò a raccontare la vedova – Sapevo che mio marito sarebbe venuto su più tardi, dopo aver bevuto il solito bicchiere. Era diventata quasi una tradizione per lui e, nonostante le volte che gli avevo ordinato di smettere, continuava a bere perché diceva che lo aiutava a ricordare il passato. In verità, non ero nemmeno troppo oppressiva con lui. Sapeva benissimo cosa faceva e non volevo, con i miei continui richiami, rovinargli gli ultimi anni che…”.
A questo punto cominciò a singhiozzare e sembrò che cercasse di smettere, ma a stento ci riusciva.
“Mi parli di ciò che è successo dopo”, le chiese Joe per cercar di distrarla, ed anche per ottenere le informazioni che cercava.
“Avevo sentito i suoi passi già del primo scalino ed aspettavo che, prima o poi, sarebbe entrato nella stanza”. A questo punto la signora Tyler iniziò a parlare velocemente come se vivesse nuovamente quelle immagini.
“Appena ho visto quella luce, mi sono voltata e ho cercato di aprire la porta, ma era bloccata. Poi quell’ombra, ma non era mio marito. Aveva qualcosa… qualcosa di non umano! – fece una pausa – Ho gridato, ma non mi rispondeva. Ho urlato il suo nome e quando tutto è sparito, ho esitato per un istante. Avevo paura di aprire quella porta. Quando l’ho fatto, lui… lui era per terra, col sangue che ancora usciva. Era già morto, era già morto… qualcosa… lo aveva ucciso dall’interno!”. Finito il racconto, pianse, e pianse così tanto che Joe non ebbe il coraggio di chiederle altro.
“Cosa sta facendo? Importuna un’anziana signora?”.
Joe si voltò e vide una signorina vestita elegantemente; portava scarpe coi tacchi e una gonna che arrivava fin su le ginocchia. A una mente geniale come la sua, non sfuggì, di certo, il cartellino che portava appeso alla giacca. Così capì che doveva essere l’assistente sociale, una di quelle persone convinte che alcune parole, dette nel modo corretto, servissero ad eliminare il dolore. Erano sempre presenti sulle scene di molti delitti per consolare i cari delle vittime e pronti a risolvergli problemi usando un po’ di psicologia. A Joe, gli psicologi, non erano mai andati a genio.
Si sollevò, scrollò i pantaloni dalla polvere e fissò gli occhi dell’assistente sociale con uno sguardo di chi non piace essere interrotto.
“Le stavo chiedendo cosa avesse visto. È per caso un reato?”.
“È un parente della vittima?”.
A questa domanda, Joe disgustato, fece una smorfia di sorpresa, ma poi comprese che la giovane signorina non poteva sapere, di certo, chi, o per meglio dire, cosa fosse lui. E così, decise di non rivelarglielo.
“Signorina, sono qualcosa che lei non potrebbe mai comprendere”. Detto ciò, salì al piano di sopra per vedere il cadavere, seguito dal suo aiutante.
[...]
“Che spettacolo orribile!”, commentò l’altro, una volta lasciandosi dietro le spalle quella che avrebbe drammaticamente definito “la casa dell’orrore”.
“Non sai dire altro?”.
“Ti vedo turbato. A cosa pensi?”.
“Niente di più sbagliato! Ti ho portato qui perchè dovessi essere tu a capirci qualcosa”.
“Pensi che riuscirei a ragionare dopo quello che ho visto? Cavolo, sembra che la cosa non ti colpisca minimamente”.
“A me colpisce solo il dolore di quelli che restano in vita. E la vita che se ne và, Giangi. Comunque penso che dovrai farci l’abitudine. Questi spettacoli, in futuro, potrebbero essere più frequenti e, all’occorrenza, la tua mente dovrà essere ben più lucida”, disse Joe rapidamente, giungendo vicino l’auto.
“Potresti almeno darmi una mano”, implorò, entrandoci dentro.
“Béh, non so cosa dirti, se non l’amara verità”.
“E quale sarebbe?”.
“Non sei ancora pronto per saperla”.
“Pronto per cosa? Non credevo servisse un corso per sapere il colpevole di un crimine”.
“Non per gli assassini normali!”.
Così disse.  Mise in moto e partì. Non serve soffermarci su come un ragazzo potesse e, soprattutto, sapesse guidare. Anzi, era più misterioso cosa fosse accaduto in quella casa, anche se Joe lo sapeva bene, ma come aveva detto lui, il mondo non era ancora pronto per sapere tutta la verità.
[...]
Ad un tratto, entrò Giangi, senza bussare, e posò sulla scrivania alcuni fogli. Con la stessa calma che lo caratterizzava, Joe ripose i fascicoli nell’archivio e, tornatosi a sedere, gettò uno sguardo frugale alla scrivania.
“Cosa sono?”.
“Sono i risultati delle analisi sul luogo del delitto. Non ci sono segni di effrazione né impronte digitali. Solo dei segni sulla porta e sul muro in corrispondenza della camera da letto. Forse c’era qualcosa su quel muro, ma non sono riusciti ancora a capire cosa”.
Giangi colse lo sguardo pensieroso del compagno e, indignato, decise di interrompere il filo dei suoi ragionamenti.
“Il signore si degnerebbe di esporre i propri pensieri a chi vorrebbe saperne di più? O devo ritenere di non essere ancora pronto?”.
“È inutile che fai dell’ironia – fece Joe – Sai benissimo che devi essere tu a capirci qualcosa, che le mie ipotesi potrebbero influenzare le tue”.
 “Anche tu, agli inizi, hai avuto dei problemi, non puoi negarlo! O eri particolarmente bravo da non avere bisogno d’aiuto?”.
“Il primo caso di Joe non richiese particolari doti per essere risolto. E non so nemmeno se l’ho risolto davvero…”.
Ci fu qualche minuto di silenzio, durante i quali nessuno dei due capiva i pensieri dell’altro. Giangi non aveva alcun’informazione sul passato del suo compagno e non poteva, quindi, capire a cosa si riferisse, che effetti portò quello ormai lontano evento e in cosa consisteva “il primo caso di Joe”.
L’altro non sapeva se il suo interlocutore volesse sapere la verità solo per il senso del dovere, o se era interessato quanto lui a conoscerla.
La verità! Che gran fardello per quegli uomini che sono morti per far sì che essa non fosse dimenticata. Per chi si vanta di aver subito tutti i dolori di questo povero mondo, si è dimenticato che la verità può essere molto dolorosa, tanto da spingere noi a dimenticarci di Lei. Noi la ignoriamo e altri soffrono, quotidianamente, per spingerci a voltare lo sguardo su di Essa. La verità suprema è impossibile da raggiungere e ci accontentiamo di quelle relative. Ma, spesso, sono le verità più dolorose ad essere uniche, ad essere dimenticate.
Questa lunga riflessione colpì sentimentalmente Joe che non vide giusto far soffrire le pene dell’Inferno al suo collega. Comunque, aveva già deciso di rivelargli tutta la verità.
“Visto che ci tieni tanto, ti dirò come la penso. Credo che chi abbia ucciso il signor Tyler non sia di questo pianeta”.
“Un alieno?! Non potevi ideare qualcosa di meno strampalato?”.
“Come facevo a sapere che non mi avresti creduto?”, fece Joe, unendo le dita delle mani.
“Aspetta un secondo! – reclamò Giangi, non essendo nelle condizioni ideali per sentire discorsi del suo compagno sulla prevedibilità dell’animo umano – Chi vuoi che accetti come vera un’idea così campata in aria, senza una nota di scetticismo?”.
“Chi vive senza sapere il significato della parola “scetticismo”!”.
“È assurdo! Come è assurda la tua teoria. Un normale assassino era troppo semplice per te?”.
“Non sono state rilevate impronte né tracce dell’arma”, disse, scuotendo il capo e, presi i fogli dalla scrivania, li gettò nella direzione di Giangi.
“L’assassino potrebbe aver usato dei guanti e aver portato l’arma con sé... sempre che esista. Andiamo Joe, sai bene che non puoi cambiare la realtà a tua comodità solo perché ti piacerebbe che così fosse”.
Nessuno aveva mai parlato a Joe in quel modo e Giangi non lo conosceva quanto gli altri agenti di quel Distretto. Quando era sicuro di una cosa, difficilmente cambiava idea. Giangi credeva il contrario, lo giudicava un tipo comprensivo, quale egli era, e cercava di rimanere il più possibile con i piedi per terra. Ma Joe non lo aveva ascoltato. Si era alzato e presa la giacca, si era appostato fuori, osservato incredulo dall’amico.
“Andiamo!”, disse, alzando un braccio.
“Andiamo… dove?”.
“A dimostrare che non esiste la parola “scetticismo”!”.
Giangi, rassegnato, seguì il suo collega, temendo di non poter smentire le su idee strampalate.
Nel viaggio in macchina, Joe era occupato a pensare. Non al caso, che non presentava alcuna base da cui partire, ma alla possibilità di incontrare quello in cui aveva creduto per tanti anni e che, per lui, era più reale della favola di Dio. Non voleva sorprendere nessuno, solo se stesso. Credeva in Loro senza ombra di dubbio, ma trovare una prova che confermasse le sue idee, era qualcosa di diverso.
Giangi, che gli sedeva accanto, non comprendeva di certo i suoi pensieri e sapeva che, sebbene credesse fortemente in Dio e poco in una razza extra-terrestre, non aveva alcuna prova che confermasse la sua seconda ipotesi, né, tanto meno, la prima.
All’obitorio, l’autopsia non era ancora conclusa, così che Joe n’approfittò per entrare e per assisterla da vicino. Il suo compagno preferì aspettare fuori. A differenza del suo collega, vedere l’interno di un uomo gli provocava malessere e, poi, il suo stomaco era ancora sottosopra per lo spettacolo del giorno prima. Se Giangi avesse avuto esperienza nel fumare, quella sarebbe stata la classica occasione per farlo. Buon per lui, aveva finito le sigarette. Dopo un’ora e 45 minuti, Joe uscì dalla stanza e Giangi corse verso di lui per essere aggiornato sui fatti.
“Allora, cosa avete trovato?”.
“Niente! Niente di niente! Né impronte, né schegge di un’arma da taglio. È stato tutto inutile”.
Anche se non aveva trovato alcuna traccia d’opera umana, era pur vero che l’ipotesi dell’“alieno” rimaneva tale. Egli non poteva celare la sua profonda delusione.
“E adesso che cosa faremo?”, chiese Giangi, cercando, in un conforto, la risposta a tale dilemma.
“Precisamente nulla! Attenderemo che qualcosa scenda dal cielo. E non a caso, ho detto “scendere dal cielo”, rispose, alzando gli occhi verso le alte e luminose stelle presenti quella sera.
Erano giorni di inattività per i due partner. Cercando risposte nel suo passato, a Joe aumentava la malinconia. Giangi, invece, era a casa e da tempo non andava al Distretto. Aveva preferito rifugiarsi nello studio, dimenticandosi quel che era. Dopotutto, era difficile essere un ragazzo e fare il poliziotto, contemporaneamente. Solo Joe ci riusciva, anteponendo il suo lavoro a tutto, persino alla scuola. Aveva sempre desiderato essere un poliziotto e adesso che l’era, non poteva vivere un minuto senza pensarci. Un baby-poliziotto, come lo chiamava il suo ex-compagno di vettura, morto per salvargli la vita durante una sparatoria. Fu da quel giorno che Joe decise di non partecipare più attivamente ad un caso e di non avere mai un nuovo compagno di vettura. Ma questa è un’altra storia, già raccontata.
Ora era tornato e il Capo gli aveva permesso di assumere un nuovo agente che lo aiutasse nelle indagini. E fu così che Giangi entrò a far parte della leggenda.
[...]
Al poligono...
Era lì. Sembrava che pensasse solo a sparare, ma chissà quali pensieri gli turbinavano nella mente quando, tutto di un fiato, scaricava un intero caricatore contro la sagoma, tenendo la pistola con una sola mano. Mentre ricaricava, Giangi gli si avvicinò.
“Perché mi hai fatto venire qua? Devi dirmi qualcosa?”.
“Ultimamente sei spesso lontano. Dovresti pensare più al lavoro, a parer mio”.
Joe si sentiva nella posizione di infierire sull’errore del partner, quando lui per primo, negli ultimi momenti, aveva abbandonato la polizia, preso dai problemi giovanili. Questo Giangi non lo sapeva, altrimenti avrebbe potuto rispondergli per le rime. Invece, si giustificò dicendo che aveva molta roba da studiare e doveva pensare che era soprattutto un ragazzo, prima che un poliziotto. Somigliava molto a Joe alle ultime armi e, questi, lo perdonò.
“Aspettami qui. Ho il bisogno di parlar con qualcuno”. Appesa la pistola al muro, con una delicatezza che Giangi non aveva mai visto usare da parte sua, se non per le armi, uscì ed incrociò Jhon, il collega col quale, in passato, aveva spesso lavorato assieme. Jhon lo salutò, ma fu visto a malapena.
“Và di fretta. Mi ha lasciato qui e non so nemmeno dove sta andando”, gli spiegò Giangi che era stato abbandonato dal compagno, come era solito fare.
“Mi gioco il posto che è andato a parlare con il Capo. È sempre di fretta, quando gli vengono delle idee geniali. Il tempo, da quando lavoravamo assieme, non lo ha cambiato per niente”.
“Conoscendoti, starai sperando di perdere la scommessa!”, commentò Giangi, sorridendo.
Jhon lo guardò fisso negli occhi e poi scoppiarono a ridere insieme. Amava il suo lavoro, ma erano stati i suoi ad imporgli di intraprendere tale carriera e per questo, sebbene non avesse alcun rimpianto, sentiva di non essere stato libero di fare la scelta che preferiva. Ogni occasione era, quindi, ottima per mettere a rischio il suo lavoro ed avere così un buon motivo per perderlo e, tutte le volte, i suoi colleghi gli rispondevano con le stesse parole che aveva pronunciato Giangi. Qualcuno doveva averlo informato di come rispondere nel caso si sarebbe posta l’occasione, e questo, Jhon, non se lo aspettava affatto.
Dopo le risate, i volti dei due ripresero la propria espressione di serietà, soprattutto quello di Giangi che, insieme alla serietà, si sentiva un po’ demoralizzato.
“Io spero, invece, che tu abbia ragione. Siamo ad un punto morto con le indagini e un’idea geniale ci farebbe proprio comodo”.
“Non ti preoccupare. Se è fuggito via come un fulmine solo per parlare con il Capo, vuol dire che ha già una sua teoria per la testa e, presto, te ne renderà partecipe”.
Questa volta Jhon si sbagliava. In quel piccolo, o così sembrava, ufficio, sempre all’ombra con la sola luce dello schermo del computer accesso, Joe sfogava i propri dubbi e anche se avesse avuto una sua teoria, non l’avrebbe di certo riferita a Giangi. Era lui ad essere in addestramento e doveva essere quindi lui a risolvere questo caso. E poi, quale teoria avrebbe dovuto esporgli se gli aveva già raccontato di alieni e non era stato minimamente preso in considerazione? Quindi, si confidava e sembrava proprio che parlasse da solo, perché sia il Capo, che ogni angolo della stanza, erano nell’oscurità più totale. Il Capo non si sarebbe mai permesso di dargli qualche consiglio, perché sapeva che non era questo quel che cercava. Parlare con lui era un altro modo per pensare e ricordare un particolare importante che, magari, aveva avuto sotto gli occhi, senza averci fatto caso.
La loro conversazione fu interrotta quando Giangi, bussando delicatamente, entrò nella stanza. Gli ci volle qualche minuto per abituarsi al buio. Quando riuscì a vedere il profilo dei vari oggetti presenti in essa, disse a Joe che lo cercavano, perché avevano trovato qualcosa di molto interessante sul luogo del delitto. Il tutto, senza oltrepassare la soglia della porta. Aveva un po’ di soggezione di quella stanza e solo raramente vi era entrato. Forse aveva più soggezione del Capo, uno strano individuo che stava tutto il giorno nell’ombra, con il suo volto ignoto a tutti e da tutti visto solo una volta: quando erano diventati agenti del Distretto e, poi, lo avevano dimenticato.
Anche Giangi lo aveva visto quando Joe lo arruolò, ma, a distanza di tempo, non lo ricordava più.
Joe non perse tempo prezioso ed uscì correndo. Dopo alcuni minuti erano di nuovo in quella casa. Ora era disabitata e i poliziotti erano molti di meno. Sparsi in giro c’erano i cartellini con le lettere dell’alfabeto, in ogni punto si trovasse una traccia o una macchia di sangue.
“L’ho trovata ieri mattina, mentre ispezionavamo questo posto. Non ci avevamo fatto caso prima, per via del caos che c’era. Appena ho saputo a chi era affidato il caso, vi ho cercato. All’inizio ho pensato ad uno scherzo, considerando quello che… quello che siete, insomma. Cioè…”.
Joe era piegato sulle gambe e, raccolta la vita coi guanti, la osservava attentamente. Comprese l’imbarazzo dell’agente e decise di intervenire, alzandosi di scatto.
“Lasciate perdere. Ne avete trovato una soltanto?”.
“Si. Penso che le altre tre le abbiano portate via insieme all’asse di legno, quando sono andati via”.
“Asse di legno? Di quale asse sta parlando?”.
“Quella che era inchiodata alla porta. Vedete questi segni sul muro? – disse, indicandoli col dito – L’assassino, o gli assassini, hanno inchiodato l’asse tra la porta e il muro, per poi tirarla via in un secondo momento. Probabilmente era l’asse ad impedire alla signora Tyler di uscire. Anche se, ragionandoci bene, è una messa in scena un po’ dispendiosa per uccidere qualcuno. È solo una mia teoria…”, disse, pensandoci su.
“Per quanto dispendiosa fosse, fa a pugni con la tua di teoria, Joe. Un alieno non avrebbe motivo di bloccare una porta con un asse di legno!”, intervenne Giangi, che era rimasto ad osservare il tutto a distanza. Poi, accortosi di cosa aveva detto, rimase senza parole e nel pieno dell’imbarazzo.
“Non necessariamente…”, gli suggerì a bassa voce.
“Scusatemi, ho capito bene, ragazzi? Ora sono io che non capisco a cosa alludiate. State parlando di un extra-terrestre?”.
“Si, si… più o meno” tagliò corto Joe, senza dar peso all’accaduto, né all’imbarazzo del collega. “Sapete se c’è qualche negozio di ferramenta, da queste parti?”.
“Qui vicino deve essercene qualcuno, ma non credo che l’assassino sia stato così folle da comprare le viti vicino al luogo del delitto. Poi non so: dicono che gli alieni siano di una forma di intelligenza superiore alla nostra”.
“Bèh, guardando voi, è una teoria che io prenderei in considerazione!”.
Uscirono dalla casa e si diressero a piedi verso l’unico negozio di ferramenta nelle vicinanze. Mentre camminavano, Giangi decise di togliersi qualche dubbio.
“Pensi che quell’agente possa aver ragione? Mi sembra un modo poco ortodosso. Nemmeno Sherlock Holmes poteva immaginare una cosa del genere!”.
“Quello che penso io non ha alcuna importanza. Comunque, non dare mai nulla per scontato. Non sai mai di cosa può essere capace un assassino”.
“Anche se è di una galassia poco distante dalla nostra?”.
“In quel caso, la nostra piccola mente non può minimamente comprende quella di un essere superiore”.
Giangi pensò che il suo compagno si fosse offeso. Non era questa la sua intenzione, ma, purtroppo, se due persone hanno idee diverse, dal loro dibattito né uscirà sempre una convinta di essere stata o di aver offeso l’altro. Questa regola, inevitabile, colpì anche i due agenti e uno di loro, adesso, doveva salvar la situazione, introducendo un discorso sul quale, entrambi, sarebbero stati d’accordo, o, con il quale, uno avrebbe lodato l’altro.
“Posso chiederti una cosa?”.
“Sarebbe?”.
“Ti sei stupito quando ha nominato l’asse di legno. Ma tu lo avevi già pensato, vero?”.
“Perché fai domande di cui conosci già le risposte?”. Fu quella la riposta emblematica che pronunciò sorridendo. Era chiaro che Joe aveva fatto finta di non saper nulla davanti a quell’agente; e il perché, lo spiegò dopo.
“Quando un’altra persona ti dice una cosa che, in realtà, già conosci, è come se la sentissi per la prima volta e, perciò, la comprendi meglio”.
“E tu avevi bisogno di capirla meglio?”.
“Di questo, puoi esserne certo!”.
Era un piccolo negozio e lasciava presupporre che non fosse molto frequentato. Era una fortuna per loro, pensò Joe, ma una sfortuna per chi possedesse un negozio che non recava affari. Da una porticina sbucò il vecchio proprietario, con le mani occupate da articoli di vario genere. Vedendo i due nuovi clienti, lasciò tutto sul bancone, si avvicinò a loro e si sfregò le mani scavate e consumate sia dal tempo, che dalla fatica, aspettando una loro qualsiasi richiesta. Joe guardò di sfuggita Giangi e questi comprese che ora doveva cavarsela da solo. Dopotutto, non era forse vero che quel caso doveva risolverlo lui? Avrebbe fatto di tutto per mostrare al suo collega come fosse già, praticamente, un esperto.
“Ci scusi, buon uomo, le vorremmo chiedere un’informazione”.
“Mi dica”, rispose con tono un po’ deluso.
“Per caso, ultimamente, ha venduto delle viti simili a questa?”, chiese Giangi, mostrandogli la vite “rubata” dal luogo del delitto. L’anziano signore guardò la vite solo per un istante e stava per riferire tutto quello che sapeva, ma s’interruppe non appena notò che il ragazzo indossava dei guanti. Fatto piuttosto strano che assomigliassero ai guanti usati dalla polizia, troppe volte visti nei film. Joe notò quella reazione, ma non disse nulla. Sarebbe intervenuto solo quando lo avrebbe ritenuto strettamente necessario.
“C’è gente che va e viene e che compera tanti tipi di cianfrusaglie. È impossibile che mi ricordi di tutti e di cosa portino via”, gli rispose frettolosamente e, allo stesso modo, si diresse dietro il bancone per nascondersi dentro la porticina.
Giangi assunse un’espressione rassegnata e si ficcò la vite in tasca. Ebbe il coraggio di guardare Joe negli occhi, ma subito si pentì e, lento, si avviò verso l’uscita. Joe prese dei soldi dalla tasca e li sbatté rumorosamente sul bancone, ottenendo l’attenzione del proprietario.
“Non fa caso ai volti dei clienti ma ha notato i guanti del mio amico e li avrà sicuramente collegati al delitto che lei sa, è avvenuto ad un centinaio di metri da qui. Per uno che non fa caso ai particolari, sa bene come evitare i guai”.
“Chi vi manda? La polizia? Bèh, allora ditegli che io non ci ho niente a che fare con quell’orrore!”.
“Può essere come dice lei. Quello che le chiediamo è di collaborare e, se sarà bravo, ci guadagnerà qualcosa. In più, diremo ai poliziotti che ci hanno mandato, di allontanare i sospetti da lei”.
“Come fa ad essere sicuro che io accetti la sua proposta?”.
“I soldi! Questo posto non è tanto frequentato quanto ci vuol far credere e le posso assicurare che io ho occhio per queste cose”.
Non gli si poteva dire di aver torto. Il negoziante aveva sottovalutato le sue capacità ed ora lo considerava un alleato, non più un nemico. Risultò, inoltre, chiaro come Giangi aveva fallito, ma questa volta non si abbatté: il suo collega gli ripeteva continuamente che dagli errori ci si impara affinché non si ripetano gli stessi. E, alle volte, aggiungeva che si faceva ciò per commetterne dei nuovi.
“Qualche giorno fa – iniziò a raccontare l’anziano signore – alcuni ragazzi sono venuti e mi hanno chiesto delle viti simili a questa. Andavano di fretta, ma non era il tempo a fargli davvero paura. Mi hanno pagato il triplo del loro valore e sono scappati via, senza aggiungere altro. Non so se c’entrino qualcosa col delitto: so solo che erano molto preoccupati”.
L’avvenuta testimonianza aveva aperto la strada verso una soluzione, anche se era presto per sapere quale. Una luce in mezzo a tutto quel mistero. Joe, però, non sembrava soddisfatto: se quei ragazzi erano gli artefici del delitto, o almeno uno di loro, l’ipotesi dell’alieno andava a farsi un giro! A Giangi interessava piuttosto il movente e il come erano riusciti nell’intento. Per questo non si pose quell’importante problema che disturbava tanto il suo collega. Entrambi erano lì, per la strada, e qualcuno si sarebbe potuto chiedere cosa ci facessero due ragazzi seduti su una panchina.
“Che cosa può aver spaventato quei ragazzi tanto a spingerli a compiere quel gesto?”, chiese Giangi che, guardando Joe pensieroso, sperò di non interrompere il filo dei suoi pensieri.
“Forse non erano spaventati! Qualcuno, o qualcosa, li teneva sotto pressione”.
“Ricominciamo con la storia dell’alieno?”.
“E perché no? L’alieno si è servito dei ragazzi per avere campo libero e lavorarsi la vittima con calma. Abbiamo i loro identikit: portali alla Centrale e digli di farli stampare su ogni giornale. Mi raccomando: non dire chi li ha forniti! Abbiamo fatto una promessa e intendo mantenerla”.
“Speri di trovarli vivi o solo che ti portino dall’alieno?”.
“Non so ancora dirtelo con certezza. Anche perché il tuo tono sapeva d’ironia e non mi piaceva tanto. Quando scoprirò che per tutti questi anni avevo ragione, smetterai di essere tanto scettico!”.
Giangi non era tanto convinto, ma anche lui capiva che c’erano troppe cose apparentemente inspiegabili.
“E, come insegna Mulder, visto che la scienza non riesce a darci tutte le risposte, perché non considerare plausibile quello che ci sembra fantastico?”, pensò ad alta voce.
[...]
Qualche ora dopo, erano nuovamente su quella panchina.    
“Secondo questa rivista – spiegò, mentre ne sfogliava una – nell’ultima settimana sono stati denunciati 20 avvistamenti d’U.F.O. in tutto il mondo, di cui, guarda caso, uno anche in questo paese, 2 giorni prima del delitto”.
“E secondo te, un extra-terrestre viaggia milioni d’anni luce solo per uccidere un uomo, servendosi di alcuni ragazzi sui 20 anni, magari anche mezzi drogati?”.
“Un po’ strano lo è, ma ricorda: niente è impossibile!”.
“Solo un po’?”, suppose Giangi, volendo che il compagno s’accorgesse del suo tentativo vano di arrampicarsi sugli specchi.
“Che sia molto strano, non pregiudica che possa essere falso”. Prese un’altra rivista dalla pila che aveva accanto. Così tante che Giangi si chiese quanto avesse speso per comperarle tutte.
“Su quest’altra c’è la stessa notizia ed anche il nome di chi lo ha avvistato”.
“E tu vorresti andare a casa sua per chiedergli dell’alieno?”, gli chiese, senza nascondere la sua giustificata preoccupazione. Joe sorrise leggermente e, messe tutte le riviste in una busta, si allontanò verso l’auto. Giangi non poté far altro che seguirlo e si domandò che fine avrebbe fatto tutta quella carta.
“Cosa farai di quei giornali?”.
“Finirò di leggerli quando avrò tempo. C’è sempre qualcosa da imparare quando ti incontri con l’ignoto”.
“Ma se sono tutte stronzate?”.
“Ne hai le prove? – disse, senza segni di allarmismo – Il mistero è bello perché puoi crederci senza essere considerato pazzo o eretico”.
Le finestre di casa Hesse erano tutte chiuse e in qualche punto si potevano notare i segni del tempo. Una villetta a due piani per una sola persona doveva essere un po’ grande, pensò Joe. Il giardino era ben curato e le aiuole ben tenute. Forse il signor Hesse disponeva di un giardiniere personale.
Bussarono alla porta e un uomo sui 50 li accolse in casa. Si presentarono come editori del giornalino scolastico ed interessati alla sua storia. Gli furono offerte delle bibite e dei pasticcini fatti in casa. Seduto al tavolo, Giangi ascoltava con interesse lo strano racconto del signor Hesse, prendendo appunti, mentre Joe dava un occhiata in giro, senza, però, perdere una sola parola di quello che diceva.
“Era tardi e stavo tornando da lavoro. Avevo da poco oltrepassato il parco, quando vidi davanti a me una grande luce scendere dal cielo. Era enorme e mi accecava. Poi venne il buio. Pensai di aver fatto un sogno o di essermi solo immaginato tutto, ma pochi minuti dopo lo vidi: era solo uno e veniva verso me. Aveva in mano uno strano aggeggio luminoso e dietro c’era l’astronave, tutta illuminata e fosforescente. All’improvviso la luce mi accecò di nuovo e mi ritrovai steso per terra, nei pressi della stazione. Sa cosa non riesco ancora a spiegarmi? Bèh, che quando mi sono svegliato ho controllato l’orologio, ed erano le 5 di mattina!”.
“La stazione! – pensò Giangi – Di fronte alla casa dei Tyler!”.
“Mi scusi… – intervenne Joe – Si ricorda come era fatto l’alieno?”.
“Io… non ricordo!” – rispose il signor Hesse, cercando di riportare alla mente quei particolari – Non era molto diverso da noi, immagino. Aveva dei grandi occhi scuri… Mi dispiace, ma non riesco a ricordare!”, finì di dire, portandosi una mano alla fronte e sospirando. Così, l’ipotesi dell’alieno tornò a farsi sentire, senza che nessuno potesse, ora più che mai, smentire Joe.
Era la prima volta che Giangi sentiva una storia simile e ne era rimasto profondamente sconvolto. Il suo senso critico e realista era attaccato da quelle frasi e non si sarebbe salvato nemmeno sapendo che il suo compagno non credeva ad una sola parola della vicenda. O almeno, così gli sembrò di capire. Joe era seduto dietro la scrivania e guardava una puntata di X-Files, il suo telefilm preferito. Aveva solo le prime tre puntate in videocassetta ed oramai le conosceva a memoria. La televisione era una prerogativa del suo ufficio, di cui personalmente si era occupato. Però la sua visone era disturbata continuamente da Giangi che, con quegli appunti in mano, si chiedeva se fosse possibile l’impossibile e in che modo andasse spiegato.
“Era sera… e poi, le 5 di mattina”.
“È il salto temporale!”, spiegò Joe, oramai stufo. “Chiunque narra di aver subito un avvistamento U.F.O., afferma che il tempo è saltato, o scorso più velocemente”.
“Credi sia possibile?”.
“Non so dirlo con esattezza: non ho mai avuto un esperienza simile, purtroppo. Però so che esiste una spiegazione per questo, anche se non ricordo quale”.      
“Straordinario!”.
“Cominci anche tu a credere? Avrei dovuto metterti al corrente dei rischi, quando si ascoltano storie simili a questa”.
“Rischi? A volte non ti riconosco, sai? Prima cerchi di convincermi della Loro esistenza e adesso che sono pronto a metterci la mano sul fuoco, sembra che tu non ne sia più tanto sicuro”.
“Non ho smesso di credere. È solo che ho sentito tante volte storie simili da non considerarle più importanti per la mia ricerca. Con questo non voglio dire che nulla sia vero. Anzi, se ci pensi bene, ti accorgerai che i falsi sono ispirazioni a fatti realmente avvenuti: ogni racconto ha un fondo di verità”.
“Anche questo di Hesse?”.
“Non devo risponderti io: devi saperlo tu stesso! E, comunque, non è necessario che tu lo faccia. La testimonianza del signor Hesse non ci aiuta nelle indagini, anche se è una strana coincidenza che si sia ritrovato dalle parti di casa Tyler”.
Giangi ebbe un sobbalzo.
“Lo avevi notato anche tu, vero?”.
“Certo. Fatto che, secondo la prassi normale, lo inserirebbe nella lista degli indiziati. E un punto a suo sfavore è la presenza di psicofarmaci presenti nella sua casa. Però, pensandoci bene…”.
“Psicofarmaci? Vuoi dire che il signor Hesse è solo uno schizzato mentale e che il suo racconto è solo frutto di una mente malata?”.
“Prima di tutto non è sicuro che sia un folle. Potrebbe solo avere dei problemi di nervi”.
“Scusami, ma non noto la differenza”.
“C’è, invece. E poi, non ho capito! Un “pazzo” non può avvistare un U.F.O.?”.
“Certo. E può anche raccontarti di elefanti volanti”.
“Ora il folle sei tu! Alcuni minuti fa credevi ciecamente a quel racconto e il solo sapere delle cure del signor Hesse, ti hanno fatto cambiare improvvisamente opinione. Non sarai mai un vero “youfers”, se sarà l’istinto umano a scegliere, per te, in cosa credere!”.
Rimasero in silenzio. Uno, con la soddisfazione di aver vinto una nuova battaglia contro il genere umano; l’altro, con l’imbarazzo di aver reagito troppo istintivamente o di aver creduto con troppa facilità ad una storia di fantasia. Sarebbero rimasti in quello stato in eterno, se non fosse entrato, nella stanza, Jhon, con delle carte tra le mani. Le lasciò cadere sulla scrivania e Joe, interrotta la cassetta, ne diede una rapida occhiata.
“Che cos’è?”.
“È il rapporto completo delle indagini sul luogo del delitto. Ho pensato ti interessasse sapere cosa hanno scoperto”.
“E sarebbe?”.
“La spina del televisore nella stanza da pranzo era staccata”.
“E con questo, cosa vorresti dire? L’assassino ha usato quella presa per creare l’effetto luce che ha spaventato la vittima?”, chiese Joe, che già si aspettava una notizia del genere.
“Un momento – intervenne Giangi, uscendo dal mutismo che fino ad allora lo aveva contrassegnato – Ma la stanza da pranzo non era al pian terreno?”.
Joe ne ebbe la conferma ricordandosi della seconda volta che erano stati in quella casa ed aveva notato quel particolare.
“Già. Abbiamo provato a re-inserirla, ma la Tv non funzionava”.
“Mmm… Quindi la spina possono averla staccata i coniugi Tyler e non essere, quindi, collegata col delitto. Che cosa dice la signora Tyler, in proposito?”.
“La Tyler, già… Vedi, Joe, quando è uscita dallo shock e si è resa conto di cosa era capitato, è svenuta ed ha sbattuto la testa. I medici dicono che non è nulla di preoccupante, ma fino a quando non si riprenderà, non potremo chiederle nulla”.
“Male! Aspetteremo. Ultimamente ci capita spesso di essere di poca attività e perdere qualche altro giorno non ci farà nulla. Facci sapere qualcosa, se scoprite dell’altro”.
“Agli ordini! – disse sorridendo, accompagnando tale esclamazione con il segno di saluto militare, tanto caro a Joe – E buon ozio!”.
Fu salutato allo stesso modo da Joe, ma prima che fosse al di là del campo visivo, si voltò e dovette alzare un po’ la voce per farsi sentire dai due.
“Stavo quasi dimenticando di dirvi che qualcuno ha appena riconosciuto un ragazzo, dagli identikit. Si chiama Mattew, Mattew Smith. Abita a più di due isolati dal ferramenta, vicino a casa Tyler”.
“Q-Quella ferramenta?”, balbettò Giangi.
“Penso di si. E facendosi bene i calcoli, dovrebbe essere più o meno di fronte alla casa del signor Hesse. È vero che il paese è piccolo, Giangi, ma le coincidenze incominciano ad essere fin troppe”.
La situazione era andata peggiorandosi ed era logico il susseguirsi di certe idee nella logica mentale di Joe. Sta di fatto che, alcuni minuti dopo, erano di nuovo in mezzo alla strada e più o meno di fronte alla casa del signor Hesse, dando ragione ai calcoli. Salirono i pochi gradini che li conducevano verso la porta e Giangi attese con impazienza che il suo compagno si decidesse a bussare.
“Ssh…”, fece Joe, portandosi un dito alle labbra. Era convinto di aver sentito un rumore provenire da dentro quella casa.
“Cercate Mattew?”, chiese una ragazza alle loro spalle, che li guardava dal marciapiede. Li aveva colti di sorpresa ed entrambi si presero un bello spavento. Poi, smaltita la vergogna, scrutarono la loro interlocutrice.
“Non lo troverete lì dentro. In vita sua ha cambiato ben 3 volte casa e nessuno sa dove si trovi adesso. La casa è abbandonata da parecchio tempo, ormai”.
Joe aveva ascoltato le parole di quella ragazza, ma non voleva per nulla abbandonare quella che, a suo giudizio, era una traccia davvero importante. Spinse la porta con una sola mano, come se sapesse già che non era chiusa a chiave. La casa era completamente vuota, piena di polvere e con l’intonaco che cadeva a pezzi. Senza dire una parola, la richiuse e tutti e tre cercarono il bar più vicino.
Intanto Hesse, affacciato alla finestra del piano superiore, aveva assistito a tutta la scena.*

*A questo punto è possibile ipotizzare chi sia l'assassino, tra tutti i personaggi finora elencati, anche solo una volta. Logicamente, "Alieno" compreso...

 
Cosa c’è da dire sul bisogno di morire?
Hai detto qualcosina che gironzolava nella testolina
e, in fondo, non sei cambiato quando il mondo se n’è andato.
C’è soltanto da ribadire che non tutto deve finire
e rimane da  scommettere
che la vita è anime da mietere.

Offline angelfromthedark

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Joe McFly
« Risposta #1 il: 16 Dicembre 2006, 12:54:58 pm »
come continua?come continuia?

ormai mi hai incuriosito ;)  
Perchè soffro?vengo forse io punita per aver amato troppo?amerò dunque io di più.

Offline *Tinkerbell*

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Joe McFly
« Risposta #2 il: 16 Dicembre 2006, 16:54:35 pm »
WOW!!!
BELLO 'STO RACCONTO!!!!
l'ho stampato ieri sera e l'ho letto oggi mentre la prof spiegava filosofia (Galilei) decisamente molto più interessante il tuo racconto, Joe!!!!!
bello bello bello
in particolare alcuni passi mi sono piaciuti, te li quoto:
Citazione
La verità! Che gran fardello per quegli uomini che sono morti per far sì che essa non fosse dimenticata. Per chi si vanta di aver subito tutti i dolori di questo povero mondo, si è dimenticato che la verità può essere molto dolorosa, tanto da spingere noi a dimenticarci di Lei. Noi la ignoriamo e altri soffrono, quotidianamente, per spingerci a voltare lo sguardo su di Essa. La verità suprema è impossibile da raggiungere e ci accontentiamo di quelle relative. Ma, spesso, sono le verità più dolorose ad essere uniche, ad essere dimenticate.

Citazione
perché non considerare plausibile quello che ci sembra fantastico?

Citazione
“Un po’ strano lo è, ma ricorda: niente è impossibile!”.

Citazione
C’è sempre qualcosa da imparare quando ti incontri con l’ignoto

Citazione
Il mistero è bello perché puoi crederci senza essere considerato pazzo o eretico

dai dai dicci come continua sono supercuriosa!!!!
 :lol:


-18
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Offline Young dreamer

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Joe McFly
« Risposta #3 il: 16 Dicembre 2006, 20:00:16 pm »
Citazione
*A questo punto è possibile ipotizzare chi sia l'assassino, tra tutti i personaggi finora elencati, anche solo una volta. Logicamente, "Alieno" compreso...
Joe! :angry:  :P Non puoi lasciarci con questo dubbio! :huh: Mi accodo agli altri x sapere il seguito...
E dopotutto ci sono tante consolazioni! C’è l’alto cielo azzurro, limpido e sereno, in cui fluttuano sempre nuvole imperfette. E la brezza lieve […]
E, alla fine, arrivano sempre i ricordi, con le loro nostalgie e la loro speranza, e un sorriso di magia alla finestra del mondo, quello che vorremmo, bussando alla porta di quello che siamo.
(Fernando Pessoa)       Blog: http://sogna-ragazzo-sogna.blogspot.com/

Offline Joe McFly

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Joe McFly
« Risposta #4 il: 16 Dicembre 2006, 20:07:14 pm »
Grazie mille... Non ero sicuro che vi sarebbe piaciuto, però adesso ne ho avuto la conferma!!!  :P
Grazie anche a te,
Tinkerbell, per aver "evidenziato" i passi più interessanti, che, ad essere precisi, piacciono molto anche al sottoscritto  :D

Però ero sicuro di una cosa: che, nel momento stesso in cui mi avreste chiesto il seguito, io avrei dovuto darVi una brutta notizia! Non ero deciso del tutto di pubblicare il primo racconto, però qualcuno mi ha convinto (e lo ringrazio!  :rolleyes: ). Però avevo deciso di NON pubblicarlo integralmente...
Quindi, niente seguito!  :blink:
So che la mia decisione apparirà dura e menefreghista, ma purtroppo, difficilmente cambio idea...  :ph34r:
Dovrete aspettare a quando sarà pubblicato (e vi prometto che sarà molto prima di quando crediate!).  ;)
Mi dispiace molto  :(  
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e, in fondo, non sei cambiato quando il mondo se n’è andato.
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Offline Young dreamer

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Joe McFly
« Risposta #5 il: 16 Dicembre 2006, 20:15:57 pm »
Citazione

Però ero sicuro di una cosa: che, nel momento stesso in cui mi avreste chiesto il seguito, io avrei dovuto darVi una brutta notizia! Non ero deciso del tutto di pubblicare il primo racconto, però qualcuno mi ha convinto (e lo ringrazio!  :rolleyes: ). Però avevo deciso di NON pubblicarlo integralmente...
Quindi, niente seguito!  :blink:
So che la mia decisione apparirà dura e menefreghista, ma purtroppo, difficilmente cambio idea...  :ph34r:
Dovrete aspettare a quando sarà pubblicato (e vi prometto che sarà molto prima di quando crediate!).  ;)
Mi dispiace molto  :(  
Uffa! :(  <_<  <_< Vabbè,un po' ti capisco,non so dove hai trovato il coraggio di metterne un pezzo,io sono terrorizzata in caso di plagio!Credo che impazzirei in quel caso... :P Cmq complimenti ;)  
E dopotutto ci sono tante consolazioni! C’è l’alto cielo azzurro, limpido e sereno, in cui fluttuano sempre nuvole imperfette. E la brezza lieve […]
E, alla fine, arrivano sempre i ricordi, con le loro nostalgie e la loro speranza, e un sorriso di magia alla finestra del mondo, quello che vorremmo, bussando alla porta di quello che siamo.
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Offline Joe McFly

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Joe McFly
« Risposta #6 il: 16 Dicembre 2006, 20:20:40 pm »
Ecco: Paura di Plagio!
Ma non per quanto riguarda gli utenti del FORUM: sono sicuro che in mano Vostra sia più sicuro che nelle mie... Però temo che qualcuno, navigando in internet, incappi nel mio racconto e lo plagi!  :blink:

Il coraggio me lo ha dato qualcuno molto saggio...  ;)
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Offline Manfry

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Joe McFly
« Risposta #7 il: 17 Dicembre 2006, 18:45:40 pm »
Citazione

Il coraggio me lo ha dato qualcuno molto saggio...  ;)
Chi sarà costui???????  :rolleyes:  :rolleyes:  :rolleyes:  :unsure:  :unsure:  :blink:  :blink:   :P  :P  :P

Comunque si, sicuramenente c'è la paura di plagio pubblicandolo così... io l'ho già fatto ancora all'inizio, con parte della brutta copia dell'inizio del mio libro (purtroppo manca sempre il tempo per continuarlo  :(  :(  )
Come dicevo con Joe ciò che mi ha spinto ad inserirlo è stata innanzitutto una promessa fatta, perchè ho fortemente chiesto agli amministratori di inserire due nuove categorie che noi utenti volevamo, e quindi come non inserire anche le mie "opere" ??
Certo, un po' di paura c'è stata... ma alla fine ho inserito solo pezzi e la brutta copia... quindi l'unica cosa che potrebbe essere copiata è la trama... ma solo dell'inizio :P
Poi, vedendo le numerose richieste ed i suggerimenti vari ne ho postate altre due parti, però pure io mi sono fermato. Quindi comprendo perfettamente la volontà di joe.

Per quanto riguarda il plagio, si, si tratta di un grave problema e di difficile risoluzione. C'è anche il pericolo che venga copiato, ma per questo lo vedo come un discorso a parte, in quanto, a mio avviso, se viene copiato è perchè piace, quindi è nel nostro interesse.

Mi scuso con Joe, ma il racconto lo sto leggendo con calma... ma ben presto posterò anche la mia opinione, sebbene, già nelle prime pagine, sia già positiva.
MANFRY

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Offline Joe McFly

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Joe McFly
« Risposta #8 il: 17 Dicembre 2006, 19:45:18 pm »
Grazie per l'appoggio, ma adesso temo poco il plagio, se avrò cura delle mie azioni... E non preoccuparti dei commenti: dopotutto, era il mio regalo di Natale e, quindi, avete tutto il tempo per leggerlo!!!  :D

P.S.: Che fortuna: pensavo che la mia decisione di non aggiungere il seguito avrebbe scaturito reazioni più negative e di rivolta! (Sarà perchè non è piaciuto?)  :P  
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Joe McFly
« Risposta #9 il: 17 Dicembre 2006, 20:10:28 pm »
Ho appena terminato la lettura.
Complimenti innanzitutto per il brano. Veramente molto interessante, appassionante e scorrevole, nonostante si tratti di alcuni stralci del racconto originario e completo.
Ci sono parti che mi sono piaciute molto, e che sospettavo ci fossero... si tratta delle tue pillole di saggezza.
Se vuoi o volete ve le cito... ma probabilmente le avrete notate pure voi.

Purtroppo se devo essere critico ci sono alcune parti che mi sono piaciute meno (sono poche in realtà) che a mio avviso andrebbero ritoccate.
Prima di tutto il nome Giangi, a mio avviso stona nel racconto. Infatti si parla sempre di nomi stranieri, e questo è l'unico "italiano", nonostante possa capire ci possa un motivo per averlo chiamato così.
Resto sempre con i nomi e passo a Jhon... versione un po' rara di John, ma che ha troppe somiglianze con Joe....
Ultime tre cose. Nella prima parte una frase che trovo un "po' ostica" in quanto rovina un po' la scorrevolezza della lettura. Si tratta della parte che termina con "lasciando il suo misterioso accompagnatore solo e in imbarazzo".
Un'altra parte, più o meno per lo stesso motivo, è qualche riga dopo, e dice: " altrimenti non n'avrei il coraggio", che potrebbe essere risolta semplicemente non troncando il NE oppure completamente eliminandolo.
Ultimissima cosa è riguardo la parola ferramenta, sostantivo sia maschile che femminile, ma che nel linguaggio viene semplicemente visto come femminile e che nel racconto in una frase è visto come maschile.

Spero che per queste "critiche" non te la prendi, Joe... si tratta solo di critiche costruttive, su di un'"opera" meravigliosa.
Attenderò con ansia pure io il seguito...  
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Offline Joe McFly

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Joe McFly
« Risposta #10 il: 18 Dicembre 2006, 18:13:23 pm »
Non me le prendo per le critiche: no problem!  ;)
Anche se devo sottolineare il fatto che alcuni "errori" (sopratutto quello della Ferramenta) mi sono stati suggeriti dal programma Word che preferiva l'articolo femminile davanti al termine "ferramenta"... Per la serie: neanche le macchine son perfette!!!  :lol:
Quello del nome Jhon, invece, non si tratta di una aberrazione, bensì del mio modo scorreto di scrivere il nome John (e questo è un mio errore)  :P Purtroppo ora non posso cambiarlo, ma non importa: è carino anche così!!!
Quanto riguarda Giangi, sì, c'è un motivo preciso e i nomi non sono stati inseriti nella lingua inglese (o americana) perchè Joe sia di quelle parti... Vero che, in un racconto futuro (che io adesso sto quasi completando), Joe partirà per l'America per sconfiggere la Mafia Russa! (rivelazione shock!!!)  :blink:
Il resto delle tue "critiche" mi saranno utili per evitare errori simili, in futuro, e magari aggiustare questi...

Per quanto riguarda il seguito, avrai ben capito che non intendo pubblicarlo... Ma non si può mai dire!!!  ;)
   
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Offline Joe McFly

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Re:Joe McFly
« Risposta #11 il: 20 Giugno 2017, 18:31:50 pm »
"Tornare" qui mi fa uno stranissimo effetto... anche se non è un vero "ritorno".
Avevo una "promessa" da mantenere e, si sa, Joe le mantiene raramente. Ma questa volta...
E' passato un decennio dall'ultima volta che ho scritto un post in questo forum. E in tutto questo tempo non ci sono tornato.
Lo faccio ora, in via del tutto eccezionale (e forse unica) per dire a tutti coloro che hanno letto la prima parte de "L'Alieno", il primo racconto con Joe e Giangi protagonisti, che ora possono liberamente leggerne il seguito (e il finale): lo trovate qui, in versione ebook: https://joe-mcfly-store.stores.streetlib.com/it/
La mia NON è pubblicità: il racconto è GRATIS.

Grazie a tutti voi per il sostegno e il tempo passato... tante persone conosciute qui ho continuato a sentirle al di fuori di questo Forum. Ma dovevo (anzi, Joe doveva) lasciare l'ultima traccia e informarvi che l'attesa per il finale del racconto è finalmente finita. Buona lettura. Tornerò forse per leggere i commenti (potete lasciarli anche nella pagina dove scaricare il racconto ;) ).
Grazie e un mega saluto a tutti. Ovunque siate...
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