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Autore Topic: Racconto della solitudine  (Letto 1030 volte)

Offline Ruota del Faceto

  • Naufrago
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Racconto della solitudine
« il: 14 Novembre 2013, 22:55:23 pm »
"Non puoi che continuare sulla tua strada. Tu l'hai scelta e voluta e in questo viaggio nella quale sei solo nessuno ci sarà ad aiutarti."
Attorno a me solo il silenzio.
Nemmeno i passi non sembrano fare un rumore familiare e mentre i piedi affondano nella sabbia di un deserto che si perde al di là dove lo sguardo riesce a spingersi, io avanzo, sospinto da una volontà a volte mia e a volte aliena.
Ormai non provo nemmeno più a contare i passi fatti, troppo tempo è passato dal primo mosso in questo luogo sconosciuto, senza avere idea se la strada intrapresa è giusta o avere idea di dove sto andando.
Mi sento strano; sento il corpo appesantito a ogni nuovo passo, come se la sabbia penetrasse in me e aggiungesse peso ai suoi movimenti, facendomi sempre più strisciare i piedi.
Il desiderio di fermarmi e guardare quanto mi sta attorno e riuscire a cogliere la speranza di un qualsiasi segno familiare, è forte, ma dentro di me una voce bisbiglia di non farlo, di non fermarsi e io l'ascolto, immaginandola come l'unica guida in questo luogo.
La mente appare vuota, priva di ogni pensiero o desiderio o preoccupazione, tutto risucchiato in un limbo oscuro e vuoto.
Lo sguardo non vede che un'immensa distesa di sabbia dal colore giallo pallido, un colore triste e insipido, non illuminata dal caldo e secco sole che è solito brillare nel cielo. Non c'è nemmeno il riflesso dell'ombra prodotta dal corpo, né l’azzurro del cielo, né il bianco delle nuvole. Nonostante cammino da molto, credo, non sento il sudore e nemmeno la fatica,  eppure dovrebbe essere faticoso trascinare un corpo sempre più pesante.
Di certo c'è solo la volontà di proseguire chissà dove, l'unica compagnia rimastami in questo viaggio senza meta, oltre a me e la sabbia. .
Nemmeno il tempo sembra esserci. Chissà da quanto mi trovo qui.
A volte mi sembrano ore e a volte solo pochi giorni, anche se misurarli si dimostra impossibile; anche provare a contare ogni secondo, ogni minuto, risulta inutile poiché la mente non riesce tenere stretta una certa quantità di numeri.
E a volte sento questo luogo familiare, tanto da sentire di esservi nato dentro, di esserci sempre stato, di essere a casa.
Non c'è molto da fare o vedere in questo posto, per cui a volte, per passare il tempo, porto le mani dinnanzi al viso per poterle osservare con attenzione e cercare una qualche risposta riposta nei loro palmi, ma senza trovare nulla.
Forse è perché sono sporche, incrostate da qualcosa di nerastro misto alla sabbia; qualcosa di lurido che non va via, se non quando lo sguardo si sposta altrove.
E quella sensazione d'essere sempre più pesante non fa che aumentare, lentamente et inesorabilmente; lo sento posso sentire opprimermi fino a rendere la sua viscosa presenza sempre meno tollerabile.
Il peso che senti è dovuto al male che tu hai fatto, alle colpe delle quali ti sei volontariamente macchiato e ad ogni passo non farà che aumentare, poiché solo tu hai scelto di portare questo peso, cosciente del fatto che non c'è solo il tuo”.
Un suono familiare sfiora delicatamente la mia mente, un sussurro più simile a un sibilo, qualcosa quasi impercettibile anche in questo assoluto silenzio. Mi rifiuto di ascoltare quelle parole, per quanto veritiere e oneste sono.
A volte sento il bisogno innato di sapere le mie condizioni e per questo le mie mani, a volte, sfiorano il mio corpo; non è concesso ai miei occhi di osservarlo, come se volontariamente vogliano ignorarlo o forse, più semplicemente, anche se assurdo, non riescano a percepirlo, limitandosi solo a guardare avanti. Così il tatto fa ciò che lo sguardo rifiuta.
Sfiorano il torace e scoprono ferite simili a tagli profondi, feroci. I polpastrelli accarezzano la carne consumata, lacera e affondano in esse senza però creare dolore, fino a toccare le ossa.
Mentre sfioro il viso posso sentire, senza aprire la bocca, i denti, disegnati con attenzione dalle dita per dare alla mente la certezza di quanto toccato.
Non mi è chiaro come e quando queste ferite siano state inflitte, nemmeno mi spiego come riesco a continuare a muovermi nonostante le attuali condizioni.
Solo quando le mani sfiorano gli occhi si fermano, stupite quanto me.
Toccano e ritoccano ancora e ancora, senza riuscire a capire cosa stanno sfiorando impaurite e al contempo certe di quanto scoprono.
Scivolano su qualcosa di simile ad uno squarcio profondo e ampio che divide la faccia a metà, dall'occhio destro a quello sinistro. Tremule sfiorano i bordi della ferita, premono delicatamente laddove dovrebbero stare gli occhi, senza trovare quanto cercano.
E' allora che sento qualcosa, finalmente, ribollire nelle viscere.
Il dolore e la tristezza, fino ad ora sopite, avvampano, come se in un istante venissi inghiottito dalle fiamme e dal caos, un viscerale e contorto insieme di emozioni che solo il viso, mostruosamente contorto, può esprimere.
Le sento graffiare dentro di me e strisciare verso la gola, spalancata e pronta a farle uscire con tutta la forza che posso esprimere. Mentre risalgono verso la bocca, posso percepire una sottile sensazione, definibile come dolore, provocata dal loro farsi strada verso l'esterno, fino a che irrompono fuori mentre l'aria si riempie.. di silenzio. La bocca rimane spalancata ma non c'è suono che infrange questo mondo di silenzio tutt'attorno.
Provo a cercare la presenza delle orecchie e le trovo, sfigurate, consumate, dilaniate, ma ci sono.
Mi sento confuso, deluso e impaurito, ma non demordo.
Non mi riesco a spiegare cosa sia successo, ma dentro di me ancora una volta si accumulano altre emozioni, più feroci delle precedenti, cariche di un rancore che non vede l'ora di esplodere al di fuori del mio corpo.
Questa volta sono io che le spingo con tutta la forza di cui dispongo; ancora una volta le fauci logore si spalancano, tanto da sentire tirare la carne attorno alle mascelle. Come un cibo indigesto che lo stomaco non può e non vuole più trattenere, le emozioni si fanno largo fino alla bocca per poi essere vomitate violentemente fuori.
Tutto tace.
Ancora una volta la barriera di silenzio che avvolge questo luogo rimane intatta. Vorrei poter cadere in ginocchio ma nemmeno questo mi è concesso; poi la rabbia lentamente scema lasciando spazio alla desolante e umiliante frustrazione dovuta all'incapacità di esprimere le mie emozioni.
Mi ritrovo immobile e perso in un mare di costante e noioso nulla, privato dell'umanità e dell'orgoglio di poter piangere lacrime o esprimere ciò che sto provando. Ben presto però tutto svanisce. La calma torna ad avvolgere il mio essere come se nulla fosse successo e in poco tempo le mie gambe riprendono istintivamente a muoversi, spinte da una volontà non più mia.
I pensieri che sfiorano la mente vengono portati via dall'unica brezza che questo luogo, questo deserto, forse, ha mai percepito.
Ho scelto un cammino che porta all'autodistruzione? Quali sono i benefici di tutto questo?
Dentro di me sono cosciente di avere le risposte a tutte le domande che si creano e che tanto rapidamente svaniscono nel nulla con i ricordi che ancora conservo di me, divenendo sabbia che si aggiunge a quella già depositata.
La mia figura intera, intatta, e le sue smorfie, la sua voce e il suono che i suoi passi producono e poi più nulla.
Ora di me rimane solo questo logoro ammasso di carni, perso in questo luogo dimenticato.
Un altro pensiero sfiora la mia mente, una breve scintilla ma abbastanza luminosa da essere colta, un' idea che non ho ancora considerato, ma che in sostanza potrebbe essere adatta a descrivere questa situazione: la morte.
E così inizio a capire, a comprendere il perché di tutto questo, a spiegare le ferite e giustificare ciò che mi circonda come il luogo raggiunto una volta che la vita è venuta meno.
Non sembra però corrispondere alla descrizione conosciuta dell'inferno e nemmeno del paradiso.
Allora dove mi trovo? Forse nel purgatorio? Perché sono da solo allora? Sono così terribili i miei peccati? Mente rispondimi !!
Ed è così che sento nuovamente riavvampare le fiamme della disperazione e dell'orrore mentre mille domande iniziano a passare nella mia mente come la pellicola di un film composta da innumerevoli spezzoni e che rapidamente scivola dentro un orecchio per poi uscire dall'altro, proiettando dentro la mia testa ogni singolo, desolante, fotogramma. Un alone di caos inizia a  farsi largo nella mente, avvolgendola a poco a poco e spingendola a elaborare infinite ipotesi, tante da impazzire un numero illimitato di volte.
E il peso che grava sul mio corpo aumenta ancora, la mia andatura rallenta a tal punto che un passo sembra durare un' eternità.
Mi sento sospirare, perso in un turbinio mentale dal quale non sono sicuro di poter uscire.
E per una volta da quando mi trovo qui, provo un intimo e potente desiderio di guardare indietro.
Così nuovamente mi fermo; non è facile capirlo, ma dentro di me sento di essere immobile.
Con un lento movimento del capo inizio a voltarmi indietro, seguito dal mio corpo che ancor più lentamente accompagna il gesto.
Il paesaggio è sempre lo stesso e senza la certezza di aver fatto quel movimento, probabilmente avrei pensato di non essermi mai mosso da dove sono partito.
Forse sono sempre stato nello stesso punto, senza mai avanzare di un solo passo, limitandomi a compiere un gesto comune ma privo di un fine, sempre e solo qui, in questi pochi centimetri di sabbia.
Dietro di me non c'è nulla che possa dimostrare diversamente, nemmeno un'impronta o il trascinarsi dei miei piedi, nemmeno un punto di riferimento che mostri il mio passaggio o l'essermi mosso.
Il percorso da te creato per metterti alla prova ha lo scopo di renderti più forte. Scoprirai però che per avere qualcosa, dovrai rinunciare a qualcos'altro del medesimo valore. Non temere. Ti è stato  promesso un risultato, un mutamento e ora lo hai ottenuto.
Ancora quella voce, delicata e crudele come un veleno. Forse è la verità. Queste mani, questo corpo, sono il risultato delle mie scelte. Ho pagato un prezzo alto e ora lo so, ma finalmente possiedo tutto quello desiderato. Questo mondo. Infinito, eterno e silenzioso. Un rifugio, una casa, una fortezza senza mura e comunque inespugnabile e isolata.
Poco importa.
Io sono con te. Noi tutti lo siamo, ma ricorda.. sei comunque solo."
Dentro di me sento la voce accompagnarmi verso una direzione, ed è là che i miei passi tornano a muoversi, a trascinarsi, ma ora qualcosa è cambiato. Ora so che questo mondo è tutto ciò che di cui ho bisogno.

Cala l'oscurità.
Riapro gli occhi e mi ritrovo nuovamente nel mondo reale, sdraiato sul letto della mia camera con lo sguardo rivolto al pallido soffitto.
Attorno a me i mobili, i poster, i libri che normalmente ornano una stanza di un ragazzo come tanti e una foto che attira subito la mia attenzione. La figura che ritrae mi ricorda il motivo per cui mi trovo lì, immobile e in cerca di qualcosa che possa cancellare quel volto, quella persona. Posso sentire un amaro sorriso dipingersi sul viso mentre un sospiro viene esalato dalle labbra socchiuse. La sua voce non mi ha mai abbandonato, accompagnando i miei passi, i miei pensieri e le mie frustrazioni, fino in fondo al mio intimo.
Lancio un ultimo sguardo alla stanza, ai ricordi e al passato dalla quale ho deciso di staccarmi e nuovamente richiudo gli occhi, pronto a riprendere il cammino da dove l'ho lasciato.
« Ultima modifica: 17 Novembre 2013, 08:41:49 am da Ruota del Faceto »
Il destino è ironia, è caos, è scontato.
Vita e morte, bene e male, giusto e sbagliato sono solo caselle di un'immortale ruota da quiz che gira per capriccio. E quando si ferma è lì che comincia il vero gioco.
Disperazione, sollievo; tutto sta in quello che, questa volta, hai vinto.