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Autore Topic: Polvere - Scritto da Giulia Romoli pubblicato su Inkroci magazine  (Letto 890 volte)

Offline nohamweb

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«Faccio sempre lo stesso sogno, tutte le notti» dice mia madre stringendomi sotto le coperte. «Mi sveglio e non capisco dove sono, tutto è buio. Allungo le mani e sento il metallo freddo: sopra di me, sotto, ai lati. Sono in una scatola di ferro e l'unico modo per vedere all'esterno è un piccolissimo buco alle mie spalle. Lentamente avvicino l'occhio al buco e fuori è tutto un campo: grano dorato alto mezzo metro, forse di più. Si muove leggermente sospinto dal vento. L'aria però è biancastra e puzza di bruciato. Il campo sta andando a fuoco, vedo le fiamme che si avvicinano, che mi vogliono. È sempre più caldo dentro la scatola di metallo, comincio a sudare. Le pareti scottano. Il crepitio del fuoco è insopportabile. Ancora pochi secondi, dico tra me. Il tempo di un respiro e tutto sarà finito. Poi mi sveglio. Perché il bello degli incubi è proprio che alla fine ti svegli, Angela, ricordatelo sempre». Con queste parole e il mio visetto tondo affondato nel suo petto, mi addormento.

 

Ho il compito di portare giù le valigie. Sono grandi e pesanti, ma devo sbrigarmi. Mia madre dice che gli altri ci stanno già aspettando di sotto. Dice anche che Loro, se ci trovano, ci portano via, come hanno fatto con papà. Dobbiamo lasciare la nostra casa.
Montiamo su un carro e ci nascondiamo sotto un telo. Nevicano foglie secche>: la città che ci grida il suo addio. Siamo dieci, tutte donne, e io l'unica bambina. Per ore sentiamo solo il rumore delle ruote del carro e degli zoccoli del cavallo sul selciato. Mi madre mi accarezza la testa e sorride perché sa che la paura è una malattia che si attacca.
Quando il carro si ferma due mani mi tirano giù. Poi ricordo solo il letto caldo in cui sprofondo mentre fuori, da una finestrella, il sole sta ingoiando la notte.

 

Siamo nel convento da molti giorni, dice la mamma. Tutto qui procede senza tempo, però. Io schiaccio il naso sul vetro della finestrella, il mio buco sul mondo. Giorno dopo giorno vedo gli alberi spogliati riprendere vita, la terra dura delle colline tingersi di un verde giovane. Nell’orto i cavoli lasciano il posto ad altre piantine più tenere. Fisso sempre la stessa pianta, la più vicina. La mamma dice che saranno pomodori. Ne conosco a memoria ogni foglia. Osservo il lavoro delle suore mentre strappano le erbacce o versano secchi d'acqua alle sue radici.
Chiedo a mia madre perché noi, da questa stanza, non possiamo uscire, perché non possiamo aiutare le suore nell'orto o condividere i pasti con loro.
«Ci dobbiamo nascondere, tesoro», mi risponde, «ma presto usciremo. Stiamo aspettando una persona. Deve portarci dei documenti. Allora ce ne potremo andare e ricominceremo a vivere. Avremo un orto tutto nostro». Continua a parlarmi di una zia lontana, di una casa immersa nel verde, in Irlanda, di animali e di scuola. Io la ascolto e guardo lontano, fuori dalla finestrella.

 

Un mattino la luce entra con prepotenza nella stanza e si piazza ai miei piedi.
Mi affaccio alla finestrella: ci sono fiori gialli a ricoprire le colline. Sembra velluto, e allungo la mano per toccarlo.
«Sono margherite, Angela. È arrivata la primavera» dice mia madre accanto a me.
Con la primavera arriva anche la notizia che la persona che stiamo aspettando non tarderà ad arrivare.
«Chi è?» chiedo alla suora che ci porta i pasti.
«Un angelo» risponde.

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