Tutte quelle cose piccole e insignificanti...
( Nonna Lu)
Nonna Lu era lì, distesa, composta, col suo bel tailleur principe di Galles e la coroncina stretta fra le dita bianche, nella cassa di acero chiaro scelta dai figli.
Carola si sentiva il cuore stretto, le batteva forte, era la prima volta che vedeva una persona morta e le era toccato proprio con sua nonna. Non le faceva impressione così serena, quasi sorridente, però le veniva voglia di chiamarla ad alta voce per sentirsi rispondere “ Carola! Sei qui!? Prendi i biscotti al cioccolato, li ho fatti comprare da Nia, sai, sono sempre lì, nel tiretto...” Tiretto, non cassetto, così lo chiamava nonna Lu e, senza volerlo, quella parola sarebbe rimasta, per Carola, il simbolo della sua infanzia, per sempre.
Gli occhi di Nia erano asciutti, non era la prima vecchietta che le moriva tra le braccia e, del resto, nel suo lavoro di badante era la norma. Ora a nonna Lu (tutti la chiamavano così, quasi che nonna Luigina fosse troppo lungo per una vecchietta così minuscola) gli occhi erano stati chiusi e non lanciavano più quel grido di smarrito dolore che lei aveva raccolto insieme al suo ultimo respiro. Aveva collezionato sguardi della morte in quattro anni di vita italiana, dicevano tutti “ Aiutami! помоги мне. ! “ e Nia provava sempre un attimo di terrore quando accadeva, allora ripensava con forza alle volte che Tariel, il suo uomo, la stringeva e ballavano, scambiandosi impulsi di sesso e di vita: era il suo modo di combattere l'incontro con la morte, di cui sembrava essere guardiana e custode e forse così riusciva anche a dare un briciolo di luce a chi se ne stava andando, donandogli il sentore di questa sua reazione vitale.
Angela guardava le mani della vecchietta defunta: bene, gli anelli le erano stati tolti. Certo li aveva sfilati Nia, la badante, ma che non si illudesse quella, tanto toccavano a lei, unica figlia femmina, se pur non amata dalla madre che era stata tutta per il figlio maschio, Giovanni. Questo abbandono materno Angela se lo portava dentro come un macigno, fin da bambina. Poi aveva trasformato la sofferenza in odio e, adesso, in indifferenza. Non provava dolore a vedere quella vecchia distesa lì, fredda, muta, così come era stata nei suoi confronti, senza mai un abbraccio, una carezza materna, un sorriso di complicità...
Giovanni, invece, piangeva. Cercava di controllarsi, ma si sentiva come un cucciolo sperduto, nonostante i cinquant'anni e il successo nella professione di avvocato. Un successo minore aveva avuto, però, come coniuge: sua moglie lo aveva lasciato anni prima, accusandolo di essere un cocco di mamma, senza senso di responsabilità come padre e marito. Certo il suo dolore risultava insopportabile, ora: Giovanni sentiva di aver perso radici, riferimenti, scopo di vita. Sua madre scandiva il ritmo delle sue giornate, gli dava la sicurezza di star facendo cose giuste e irrinunciabili per sé e per lei, lo approvava . L'aver perso il marito alla nascita della seconda figlia, Angela, le aveva lasciato lui come unico sostegno maschile. Poi, a tredici anni, aveva scoperto che il papà era morto, sì, ma in un incidente stradale, dopo alcuni anni che era andato via da casa, alla nascita di Angela, appunto, per una nuova vita e una nuova donna. Adolescente sensibile, si era sentito in dovere di sostenere e proteggere una mamma che oltre tutto lo considerava quasi figlio unico, poiché odiava Angela, alla gravidanza della quale attribuiva il disinteresse maturato dal marito nei suoi confronti.
Don Cosimo, il parroco, sudava copiosamente nell'afoso pomeriggio di agosto. Il corteo funebre muoveva lentamente dalla Chiesa alla volta del piccolo cimitero, lindo e ordinato come solo i cimiteri dei piccoli paesi sanno essere. Il riverbero caldo del sole si spandeva dalle pietre della stradina e faceva reclinare, malinconiche e sfinite, le corolle dei fiori offerti a nonna Lu con sontuosi nastri viola. Don Cosimo continuava a sbuffare, gli facevano male i mocassini per i piedi gonfi dal calore della strada e non c'era da giurare che fossero solo preghiere quelle che uscivano biascicate dalle sue labbra, sottovoce.
Nella distesa bianca delle lapidi del piccolo cimitero, a un tratto, si vide un ciuffo nero scodinzolante: era Monello, il cane di nonna Lu, arrivato fin lì chissà come, tra i mormorii di tutti, ad accompagnarla anche lui, uggiolando, nell'ultima passeggiata sotto il sole. Tutti zittirono il custode che voleva cacciarlo via e lo lasciarono lì, accanto a Giovanni che singhiozzava.
E, non si poteva vedere, ma certamente anche nonna Lu si sciolse in un sorriso dolce e misterioso mentre la sua anima volava verso altre sponde, ormai lontana da tutte quelle cose piccole e insignificanti del caldo pomeriggio d'agosto.
( Il racconto si è classificato al sesto posto per la narrativa al premio internazionale "Pietro Annese 2013" presso Castellana Grotte.)