IL BARBONE
L’uomo è lì, riverso a terra sul marciapiede sporco, prono lungo le colonnine del sottopassaggio della metro. Nemmeno il braccio gli protegge il viso dal contatto con l’asfalto. La guancia, con la barba lunga e a chiazze, tocca i mattoni grigi; gli occhi sono chiusi, i capelli ispidi e sporchi sono scuri. L’uomo è giovane.
Un braccio è allungato a terra, l’altro è accanto al corpo e anche le gambe hanno la stessa posizione asimmetrica. Dagli abiti vecchi e senza colore sporgono una mano e un piede: hanno dita fini, delicate , luride, con le unghie spezzate e orlate di nero, un po’ rattrappite, forse per il freddo. Due piccoli pezzi di cartone sono malamente appoggiati sulle spalle e sulle gambe, in parte a terra e in parte sul corpo, ondeggiano alle folate di vento. I reni sono scoperti, bordi di biancheria nerastra fuoriescono sotto la giacca e i calzoni, si scorge la fessura delle natiche magre,
Quel corpo ha un abbandono innaturale, potrebbe essere di un ubriaco, di un morto, di un drogato, comunque di uno fuori di sé, è solo un corpo, privato dello spirito, dell’identità.
Dignità e respiro sono andati via.
E’ lì, offerto al ludibrio di chiunque, senza più speranza, resistenza, ragione. Si è arreso. E’ materia primordiale, ma suggerisce la corruzione della carne, non la prepotenza della vita.
Intorno altri barboni: eppure nella loro condizione di barboni ci sono ancora barlumi di istinto di conservazione, gli abiti, indossati a strati, sono calzati bene, stretti da spaghi e sciarpe, i berretti sono in testa, i pezzi di cartone sono ben tirati addosso come coperte, hanno cercato un riparo fra due colonne o in una rientranza del muro o su una panchina, danno le spalle alla gente e alla luce.
Quella creatura no, giace lì nella sua nudità, come un guscio vuoto e inutile, da buttare via, come immondizia.
Immondizia un uomo, la sua vita,i suoi sogni, il suo dolore.
Immondizia la sua anima.
Inutili lacrime mi rigano il viso.
Vigliaccamente proseguo per la mia strada.