ORIENTE E OCCIDENTE
di Adonis
Una cosa si era distesa nel cunicolo della storia
una cosa adorna, esplosiva
che trasporta il proprio figlio di nafta avvelenato
al quale il mercante avvelenato intona una canzone
esisteva un Oriente simile a un bambino che implora,
chiede aiuto
e l’Occidente era il suo infallibile signore.
Questa mappa è mutata
l’universo è un fuoco
l’Oriente e l’Occidente sono una tomba
sola
raccolta dalle sue ceneri.
[da Memoria del Vento, Guanda, 1998]
Adonis è universalmente riconosciuto come il maggior poeta arabo oggi in vita. La poesia che qui proponiamo è del 1968, ed è difficile che non affiori alla mente quella vecchia massima che vuole il poeta, anzitutto, uno straordinario profeta.
Adonis è insieme tutto, e insieme nulla. È siriano, ha vissuto a Beirut, la più occidentale delle città arabe, e da decenni vive a Parigi. Nella vita di tutti i giorni usa il francese, è laico, così tanto da aver intitolato una propria raccolta “Il Libro”, quando per la traduzione islamica il Libro è uno solo; è il Corano. Eppure scrive in arabo, in un arabo ricco, ancora ricolmo di casi, che attinge appieno alla grande tradizione religiosa, prima coranica, quindi mistica, eppure mantiene orgogliosamente la propria nazionalità, eppure non scrive mai direttamente in francese; neanche i suoi articoli da giornalista.
Difficile poter aggiungere qualcosa a questa poesia, purtroppo un po’ sacrificata dalla traduzione, ma estremamente chiara, nel messaggio che lancia. Difficile poter aggiungere altro al grido di allarme, di paura, di aiuto. Merita però far notare una cosa, sull’autore, su questo arabo colto che vive a Parigi: Adonis non è un sincretista; non è fautore della fusione, dell’appiattimento, bensì Adonis è poeta della convivenza, del vivere assieme, senza barriere, senza paure. Convivenza anche difficile quindi, ma fattibile, la convivenza che nasce dalla conoscenza, quindi dal rispetto, e in un ultimo anche dall’ammirazione, e dall’amore.
Federico Zuliani
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Non sono Gilgamesh e nemmeno Ulisse,
non dall'Oriente, dove il tempo è una miniera di polvere,
né dall' Occidente dove il tempo è ferro arrugginito .
Ma dove vado? E cosa farò se dicessi:
<<La poesia è il mio Paese e l'Amore il mio cammino>>.
Così risiedo viaggiando,
Scolpendo la mia geografia con lo scalpello dello smarrimento.
Ed ecco la luce!
Non corre più nei passi dei bambini,
Allora perché il Sole ripete il suo volto?
Non scenderai tu pioggia
Per lavare questa volta l'utero della Terra?
La notte.
Lampi di tessuti del tempo, bruciano,
La verità si vela.
La Terra.
Sognami e dì:
<<Ovunque io vada,vedrò una poesia abbracciarmi>>
Sognami.
Veramente.
E dì allora:
<<In ogni poesia vedrò una dimora per me>>"
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Le Stelle
Cammino e dietro camminano le stelle
verso il domani delle stelle
l’enigma, la morte, quel che fiorisce e la fatica
finisce i passi fanno sangue di me esangue
sono cammino non iniziato
non vi è giacimento a vista –
cammino verso me stesso
quel che verrà a me stesso
cammino e dietro camminano le stelle.
Adonis, Nella pietra e nel vento, Mesogea, 1999.