Gli anni passano. Quasi non avevo realizzato che abbia compiuto 70 anni ieri, con i suoi occhi sempre socchiusi in pensieri astratti, illuminati da una luce che è sempre difficile penetrare, le sue mani… si, rugose. Ora, solo ora me ne rendo veramente conto, che le sue mani sono rugose. E sotto gli occhi quei cuscinetti rigonfi, come fossero pieni d’acqua o di una qualche sostanza liquida, che ogni tanto, troppo spesso direi, piangono. Forse sono pieni di lacrime, mi sono detta a volte. Rughe anche sul volto. Cosa c’è tra queste rughe? Ci sono tutti gli anni che sono passati. Lo vedo fissare il vuoto, come è solito fare nelle sue tristi giornate, e se solo potessi attraversare questa superficie che ci separa vorrei prendergli la mano e parlargli, dirgli che andrà tutto bene, che prima o poi riuscirò a capirlo, che non lo odio davvero come tante volte mi è capitato di urlargli, ma lui sembra assente, assente come fosse in una dimensione parallela in cui a nessuno è consentito entrare, nemmeno a me stessa. Non posso disturbarlo. Ho sempre avuto la sensazione che fosse infastidito quando qualcuno osava distoglierlo dai suoi pensieri. Lo lascio nella sua dimensione parallela e mi sposto con l’idea di scendere un pò in giardino, a godere di questo caldo pomeriggio di primavera. Ma non mi lascia neanche andare, interrompendomi subito.
“Dimmi”, dice. Torno subito indietro e lo guardo stupita. Penso che abbia letto nei miei pensieri, ma non è mica una novità. “Dimmi cosa vuoi dirmi – lo sai che non mi disturbi mai”, insiste. Ha un tono di voce duro, cupo, come volesse rimproverarmi. Non voglio essere rimproverata da lui. Mi ha sempre e solo rimproverata in tutti questi anni. Mi ha rimproverata di tante cose su cui, effettivamente, poi mi sono dovuta ricredere, e anche questa volta ho paura che lui abbia ragione. Non voglio che abbia ragione. Le cose su cui ha ragione sono sempre quelle che finiscono per farmi del male. Preferisco, come tante volte, non sapere niente di quello che ha da dirmi, e rimanere nel mio mondo oscuro dove, almeno, so crearmi le mie belle dolci illusioni, sempre che non giunga lui, mister Verità, a distruggermele. Ecco che ritorna il mio astio nei suoi confronti. Quando decido di volergli bene, poi basta un solo istante per ritornare sui miei passi.
“Non ti devo dire niente”, gli rispondo con ostilità.
“Non fingere con me, lo sai che non puoi tenermi nascoste le cose”.
In verità ha ragione, non gli si può tenere nascosto un bel niente, è inutile fingere con lui, per un istante mi sento perfino stupida e sciocca all’idea di pensare di potergli mentire, a volte ho la sensazione che lui mi conosca molto meglio di quanto io stessa mi conosca. Ma trovo il coraggio di insistere, almeno per un ultimo innocuo tentativo.
“Non ti devo dire niente”, ripeto, stavolta con voce sommessa.
Lui mi guarda perplesso, è perfettamente di fronte a me, sulla mia stessa traiettoria. “Ma come puoi?”. Già, me lo chiedo anche io. Come posso? Come posso tentare di mentire a lui? Mi fermo un momento, sempre con i suoi occhi dentro ai miei, che non mollano la presa neanche per un solo istante, con il suo odore di vecchio alle narici, con la sua aria assente che mi suscita rabbia, con il suo respiro pesante che mi mette ansia, mi fermo un momento che sembra infinito, e rivedo tutti gli anni che mi sono passati alle spalle, gli anni che hanno fatto di me quella che sono adesso; rivedo le stanze aliene in cui ho scoperto cosa sia il mondo e cosa la vita, rivedo i fiumi in cui sono scorse le mie acque inquinate, e i miei tentativi sempre falliti di ripulirle dalla sporcizia. Mi fermo un momento e rivedo perfino anche la mia infanzia, quando ero bella, tanto bella, a dieci anni avevo già lunghi capelli color del sole, e i miei occhi celesti, color del cielo, non sapevano piangere mai, tanto belli, e le mie mani lisce, ed ero tanto bella quando indossavo i miei pantaloncini rossi, e risento perfino la mia voce soave, la voce soave di quella bambina che cantava spensierata dentro prati di papaveri e di fiori estivi, mentre orme nere di passi feroci dietro di me tramavano già alle mie spalle.
“Allora? Vuoi dirmi o devo aspettare ancora per molto?”. La sua voce è adesso più serena, tranquilla, una voce che ha di me compassione, si, lo sento bene che adesso ha compassione di me.
“Cosa vuoi che ti dica? Sai già tutto”, rispondo scocciata, rassegnata all’idea di non potergli sfuggire. Ma lui continua adesso ad essere dolce con me, e insiste.
“Non devi dirmi niente se non lo vuoi, ma è importante che tu sappia che io ci sono, e ci sono sempre stato per te, e fino alla fine cercherò di farti capire la Verità, non è mai troppo tardi. Ci sarò sempre”. Infuriata gli rispondo: “E’ questo il vero problema: tu ci sei sempre! E pretendi sempre la ragione!”.
Distolgo lo sguardo dal suo, almeno per un attimo, prima di rendermi conto che sono stata di nuovo troppo aggressiva con lui. Volevo solo essergli gentile, dirgli di non preoccuparsi di niente, essere saggia per una buona volta, e invece di nuovo, come sempre in tutti questi anni, neanche stavolta ci sono riuscita. Trovo un pizzico di coraggio e con questo vorrei chiedergli scusa. Non l’ho mai fatto, in tutti questi anni, ecco: vorrei farlo adesso, adesso stesso. Vorrei farlo perché infondo sento che di lui mi posso fidare, anche se è così difficile, anche se è più facile sognare che guardare in faccia la realtà.
Rivolgo di nuovo il mio sguardo verso di lui, intenta a chiedergli scusa. I suoi occhi sono celesti, color del cielo, ancora tanto belli, i capelli bianchi che non nascondono neanche più una ciocca di quei capelli color del sole, di quando aveva dieci anni, che correva tra i papaveri e i fiori estivi, nei suoi pantaloncini rossi e con i passi minacciosi dietro le sue spalle. E i suoi occhi ora stanno piangendo, quindi mi asciugo le lacrime con un fazzoletto che tengo sempre pronto nel taschino dei pantaloni. Mi aggiusto i capelli che sono completamente spettinati stamattina. Così, anche i suoi ora sono a posto. Decido anche di metterci una bella margherita, tra i capelli, me le ha portate Anna, raccolte ieri pomeriggio, odorose di primavera, dice per profumare un poco questa stanza cupa che puzza di ospedale. “Oh, come stai bene con quella margherita tra i capelli!”, gli dico con tono di scherno, ma lui fa lo stesso con me ed io m’arrabbio ed ho perso nuovamente la voglia di chiedergli scusa. Rimango ancorata qui, di fronte al mio riflesso, così uguale a me eppure così diverso, in questo specchio, che, mamma mia, com’è impolverato! Vorrei pulirne la superficie, ma gli occhi mi ricadono nuovamente sopra i suoi: cupi, tetri, mi guardano… rabbrividisco. Percepisco quello che vorrebbe dirmi adesso: vorrebbe dirmi che, se solo lui volesse, potrebbe anche obbligarmi, con la sola forza delle sue parole, obbligarmi ad ascoltarlo e a capirlo, altro che fuggire e fuggire! Ma io non son mica pazza, ad ascoltarlo, mister Verità! Al diavolo! Ora è meglio, piuttosto, che scenda giù in giardino, prima che venga sera.