Questa mattina sono uscita di casa per fare una passeggiata; il vento mi scompigliava delicatamente i capelli: sentivo la tua presenza in quella brezza, come se ad accarezzarmi fossero state le tue mani. C’erano bambini a giocare sulla sabbia e nel parco, intenti a rincorrersi o a salutare i loro genitori dal cavallo sulla giostra. Ho lasciato che i miei pensieri venissero cullati dal loro allegro vociare. E mentre pensavo a te ho raccolto un piccolo fiore azzurro, solo in un campo di margherite: un “non-ti-scordar-di-me” potevi averlo lasciato solo tu. L’ho tenuto piano tra le mani, per paura di soffocarlo, come se i suoi piccoli petali contenessero la tua anima. Mi sono sdraiata tra le margherite ad osservare il cielo azzurro macchiato di nuvole bianche: ho cercato di indovinare la loro forma, come facevo quando ero con te; ho cercato di individuare il tuo viso in quelle sculture di panna, ma non l’ho trovato. E allora mi sono alzata, per andare più vicino al cielo; mi sono arrampicata sulla collina e poi sul pino più alto, ma nemmeno da lì riuscivo a vederti. Poi le nuvole sono sparite, soffiate via dal vento. Sono tornata a terra e mi sono seduta all’ambra dello stesso pino. Ho guardato per un po’ il fiore che tenevo in mano e poi ho parlato silenziosamente con te. Mi hai dato tutto ciò che possedevi e anche di più; mi hai insegnato a vedere il mondo con occhi diversi, come nessun altro avrebbe potuto mostrarmi. Mi hai insegnato a cogliere le sfumature dei suoni e dei colori, a guardare oltre le apparenze. Ad amare incondizionatamente. Mi hai insegnato ad essere la donna che sono, mi hai insegnato il valore della vita, durante tutta la tua malattia. Abbiamo vissuto sotto lo stesso tetto per vent’anni e ora è un mese che sono sola in quella casa così grande, dove mi sento soffocare. E mentre ti parlavo sentivo le tue risposte tra gli aghi del pino, risposte più silenziose delle mie parole. Segreti sussurrati, affidati al vento. A volte avrei voluto non conoscerti mai, per non soffrire così, ora che non sei più accanto a me, a guidarmi e proteggermi. Avrei voluto non sapere mai il tuo nome, non aver mai sentito parlare di te. E ora la mia vita sarebbe un sogno meraviglioso, fatto di arcobaleni e paradisi. Ma se non ti avessi mai conosciuto, non avrei imparato cosa significa amare e cosa significa essere umani; non avrei mai imparato a cogliere la varietà e la bellezza della vita. E il mio sogno di arcobaleni e paradisi si sarebbe infranto subito. Mi manchi, ma certe cose semplicemente avvengono, accadono in un modo predefinito, sono così e non c’è nessuna parola per spiegarle. E sotto quel pino ti ho fatto una promessa: “Renderò la mia vita degna di essere vissuta. Non sarò più triste, anche se continuerò a cercarti ovunque. Non ti scorderò mai, te lo prometto.” Mi sono alzata e ho appoggiato a terra il fiorellino blu, come simbolo di quel che ho giurato. Ho cominciato a ridiscendere la collina. Sulla sabbia e nel parco c’erano ancora gli stessi bambini: li ho guardati un attimo, prima di tornare a casa e ho dedicato un ultimo pensiero a te: “Ti voglio bene, mamma”.