La macchina del tempo
Si era seduta sbuffando.
Be', logico. Era abbastanza stanca, non era più una ragazzina e impastare due chili di farina poteva diventare una fatica, anche se aveva trovato il modo di alleggerirsi il lavoro: bastava dividere la farina in tre o quattro parti da lavorare separatamente, così, anche se non era più una ventenne, i muscoli delle sue braccia riuscivano a superare l'ostacolo e si poteva permettere di preparare in casa una bella panzerottata, con quell'atmosfera unica di gioia ed eccitazione che dà calore alla bella tavola in occasioni simili.
Teneva gli occhi chiusi e sospirò.
Erano nella casa di campagna, un luglio secco, afoso, in cui il sole, col suo calore, esaltava profumi dalla terra e dai muretti di pietra: ricordava perfettamente quando, camminando lungo la stradina sterrata, le colpiva le narici l'odore dolciastro delle foglie di fico bollenti di sole che la fiancheggiavano.
Gli odori erano sempre stati, per Enrica, una specie di macchina del tempo, capaci com'erano di trasportarla immediatamente, quasi fisicamente, nei luoghi e nei momenti che l'atmosfera evocava.
Quel giorno, mentre camminava sulla stradina, vide arrivare la cinquecento di Bruno. L'auto si fermò davanti a lei, sollevando polvere e frammenti di erba secca, ne vide scendere il figlio Bruno
(com'era bello, tutto abbronzato con quel sorriso candido e un po' incerto...) e, insieme a lui, una ragazza un po' intimidita, i capelli ancora umidi di mare e un vestitino ampio, bianco, che il vento apriva a corolla, come un fiore, lasciando sbocciare tutta la sua giovanissima bellezza in un dorato di gambe, braccia, spalle. Dai ragazzi emanava profumo di salsedine.
Bruno la salutò: “Ciao, mamma! Lei è Tiziana. Vorremmo fermarci qui per una doccia e un po' di riposo. Se poi, stasera, tu volessi farci i tuoi panzerotti... potrei invitare anche gli amici...”
I due ragazzi si tenevano per mano, la guardavano sorridendo.
Nel cuore di Enrica, intanto, era scoppiata una baraonda: pensieri saltellanti di felicità ed emozione ballavano allegramente... finalmente suo figlio si era deciso a farle conoscere la sua ragazza! Sentiva che la sua vita andava avanti, si arricchiva, era orgogliosa per la fiducia e la confidenza che il ragazzo le dimostrava ed era anche felicissima di quella nuova presenza, che sperava diventasse costante, nella complicità che poteva nascere tra loro, dall'amore di entrambe per Bruno e dalla femminilità.
“Ma certo ragazzi! Entrate! Tiziana, è una gioia conoscerti, vieni!“ La ragazza la guardò alzando gli occhi nei suoi, sorridendo e a Enrica si spalancò un mondo di luce e di promesse.
La panzerottata fu un successo: i ragazzi mangiarono con una fame da lupi, mentre risate, scherzi e gioia di vivere scorrevano a fiumi tra i muri della vecchia casa di campagna che si animava nella quieta notte estiva. Erano magiche quelle notti in collina, senza l'inquinamento luminoso della città, le stelle si contavano a decine e decine. A un certo punto videro anche una stella cadente, accompagnata da un rumore chiassoso di sedie buttate all'aria per correre a osservare, nello spazio aperto, gli ultimi frammenti luminosi ed esprimere desideri da avverarsi e, subito dopo, scoppiarono luci colorate all'orizzonte, mentre colpi sordi risuonavano, attutiti dalla distanza e i fuochi d'artificio, per la sagra della vicina contrada, rischiaravano di stelle artificiali la notte estiva.
Era bello poi, quando ormai tutti erano andati via, stanchi e soddisfatti, trattenersi un po' in giardino, riassaporando i momenti della serata, le canzoni cantate a squarciagola dai ragazzi nel silenzio della campagna, l'eco delle risate, il calore di tutte quelle speranze, di quei sogni, di quelle promesse che ancora galleggiavano nell'aria, alla luce lontana delle stelle, nel fruscio lento delle farfalle notturne e i sentori di gelsomino, di lavanda, di basilico, mossi dalla brezza della notte, si diffondevano nell'aria. Momenti di felicità, di serenità, di appagamento, quelle ore speciali che, a volte, nel cammino di tutti i giorni, si annodano alla nostra anima e lasciano un segno indelebile che resterà nel tempo come la chiusura e il passaggio di un ciclo, come mutamento di vita.
La stanza di ospedale era silenziosa. Solo il ticchettio della strumentazione di controllo, collegata alla paziente numero 37, rompeva minutamente il silenzio insieme al suo respiro irregolare: Enrica Simonetti, nata il 4 febbraio 1940, paziente in coma irreversibile.
Nel corridoio le infermiere del turno di notte, ridacchiando ancora, chiusero rumorosamente i cartocci dei panzerotti che Lina, la caposala anziana, aveva offerto alle colleghe di turno nel giorno, anzi, nella notte, del suo compleanno. Il profumo dei panzerotti aleggiava ancora nell'aria ed era arrivato anche nella stanza di Enrica, cogliendola in quel limbo nebbioso alle soglie di un'altra vita e, ancora una volta, era stato la sua macchina del tempo e l'aveva accompagnata indietro, ad anni e momenti felici. Ecco, ora Enrica era in piedi, nella notte profumata di luglio, a guardare l'orizzonte dove si disegnavano dei fuochi d'artificio meravigliosi, c'era un fiore luminoso di fuoco che si apriva e si avvicinava sempre di più, quasi volesse abbracciarla, mentre dal macchinario accanto alla paziente numero 37 il ticchettio si interrompeva, trasformandosi in un sibilo sottile, lungo, ininterrotto...
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