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Vedi se ti piace questo...Il Treno
Quando ero bambino, mio padre aveva comperato un trenino della Marklin in scala 0. Era un vero divertimento, le rotaie correvano sotto le gambe della sala da pranzo con somma gioia di mia madre che già allora doveva fare gare di Trial per scansare tutta quella ferraglia. Quando vi era maggiore disponibilità finanziaria, “la linea ferroviaria” veniva implementata con scambi, vagoni ferroviari, passeggeri e accessori vari. Nacque così la mia passione verso questo mezzo di trasporto. Ogni tanto, specialmente la domenica si andava alla stazione per vedere dal vivo queste locomotive sbuffanti, commentando tipi e caratteristiche, sia delle locomotive che dei vagoni. La stazione era situata ad un livello più basso della strada, circa sette metri e quindi si potevano ammirare bene questi “mostri” che a volte arrivavano a gran velocità nella stazione e proseguivano imbucandosi nella galleria poco distante che sottendeva un’ampia piazza cittadina. Era per me una sensazione strana vedere quel serpentone che arrivava a gran velocità, accompagnato da un’immensa nuvola di fumo, da uno sferragliare cupo e vibrante che spariva come un fulmine sotto la galleria, chissà dove era diretto. Ovviamente nel loro passaggio sia io che mio padre cercavamo di leggere sui cartelli gialli posti sulle fiancate dei vagoni la destinazione e se questi erano di prima, seconda o terza classe. Erano nomi di città che appena a quel tempo io incontravo sui libri di scuola e con curiosità andavo a vedere dove si trovavano sulla cartina geografica. Intanto nella stazione si fermavano alcuni treni, passeggeri salivano o scendevano dalle carrozze, chi con valigie, chi semplicemente con l’immancabile giornale da leggere durante il viaggio. Gli altoparlanti avvisavano gli arrivi o le partenze, pregavano i passeggeri di scostarsi dai binari all’arrivo dei treni. Una figura spiccava su tutte, era quella del capo stazione: completo nero con berretto sul quale righe rosse e dorate attestavano la preminenza su resto del personale.
Fischietto fra le labbra, paletta in mano si avvicinava alla motrice, controllava la chiusura delle porte delle carrozze da parte dei bigliettai, poi alzava la paletta, dava uno sguardo all’orologio, rigidamente da taschino firmato Longines, uno sguardo al macchinista in attesa e quindi un lungo e lacerante fischio percorreva la stazione. Le grandi ruote vorticosamente pattinavano quindi facevano presa sui binari e lentamente ma con possanza trainavano fuori della stazione la teoria dei vagoni che prendeva velocità. Una nuvola di fumo nero, come un velo turbinava avvolgendo quel serpente d’acciaio, per poi disperdersi intorno come un ultimo saluto. Sembrava tutto finito e ci apprestavamo al ritorno quando un altro fischio lacerava l’aria, ci sporgevamo dal parapetto in mattoni un po’ anneriti dalla fuliggine e guardavamo laggiù da dove spuntavano i treni; due locomotive arrancavano con pennacchi di fumo nero come guerrieri al culmine della lotta, si avvicinavano sempre più fino a scoprire un numero impressionante di vagoni al seguito. Papà, li contiamo? Uno, due tre, quattro…dieci, venti, trenta quarantatre, hai visto quanti papà, ne compriamo uno di quei vagoni per il nostro treno papà. Sì, ma prima dobbiamo dirlo alla mamma, sai, è lei il nostro capo stazione. A quei tempi non si poteva fare molti viaggi, e comunque erano sempre molto ben motivati da occasioni importanti. Si viaggiava in terza classe, seduti sui sedili di legno che contenevano tre persone alla volta, noi ne occupavamo due e io ero sempre in piedi con la fronte appoggiata al finestrino, guardavo fuori il paesaggio che cambiava, ogni tanto un sobbalzo indietro, un altro treno sfrecciava in senso contrario mandando come un urlo un saluto a chi lo incrociava. Poi di nuovo la campagna, le case; attraverso alle finestre a volte aperte si scorgevano delle donne che accudivano ai mestieri domestici, lavavano i piatti o in camera da letto rassettavano le coltri. Più in basso le porte delle autorimesse erano aperte e scorgevo le macchine sollevate con qualche meccanico che spariva sotto di loro. Le poche auto di allora sfrecciavano avanti e indietro nelle strade adiacenti alla ferrovia e qualcuna di loro a volte ingaggiava una gara con il nostro convoglio. Appresso, le cittadine sparivano e ricominciava la campagna e allora notavo di fianco al treno dei cavi che si alzavano e scendevano ritmicamente, sembrava allora che la campagna salisse e scendesse. Improvvisamente come un cambio di scena tutto spariva, la mia mente era proiettata altrove, in altre dimensioni, in mondi che non ricordavo, mentre le ruote rimandavano quell’eterno tutum,tutum,tutum,tutum.
Sono passati molti anni da quei giorni, non ci sono più le locomotive a vapore, riposano nei musei o in qualche stazione a loro adibita, per farsi ammirare, tirate a lucido dai “nostalgici “,ormai con i capelli bianchi ma anch’essi tirati a lucido, con un’aria importante, come da museo. Oggi su quelle rotaie sfrecciano siluri ultraveloci, dove non si sente più quel rumore che accompagnava il viaggio con tempo ritmico, tutto è ovattato e il mondo scorre veloce fuori, quasi impersonale. Ieri come oggi non disdegno di ritornare sulla “ferrata”, mi accomodo su poltrone confortevoli e guardo ancora al di là del finestrino quelle campagne, quelle case, e quei mondi che non ci sono più.