Da troppo tempo ormai la sua vita era diventata un conto alla rovescia.
Mentre pranzava con quella donna eccentrica, per la quale aveva solo disprezzo, controllava sull'orologio quanto mancava alla fine della pausa pranzo. Mentre tornava con lei in ufficio, non ascoltava quelle che dovevano essere critiche costruttive (“Non lo dico per farti star male, ma per aiutarti”), ma faceva il conto di quante minuti mancavano alla fine delle otto ore. Mentre guidava lungo la strada che portava a casa, faceva il conto di quante ore doveva ancora fare per finire lo stage. Una volta davanti la porta di casa, con le chiavi già nella serratura, si fermava, chiudeva gli occhi ed ascoltava: in base a ciò che avrebbe sentito le opzioni erano due. Urla. Inserire le cuffie, aumentare il volume al massimo e correre in camera evitando a qualsiasi costo il contatto visivo con chi avrebbe incontrato. Silenzio. Entrare in casa e appollaiarsi sul divano vicino a sua madre.
Ma in realtà anche allora partiva il conto alla rovescia: quanto mancava alla fine della giornata. Perchè era solo tra le lenzuola, nel buio della sua stanza, che lei si sentiva al sicuro. Perchè lì, sola tra i suoi pensieri, niente poteva più toccarla, niente poteva ferirla. I minuti che precedevano l'arrivo di Morfeo erano pace per lei. Poteva finalmente cancellare ogni critica, ogni momento in cui si era sentita giudicata ed inadeguata, ogni momento doloroso, ma sopratutto poteva volare con la fantasia: immaginava tanti piccoli istanti felici, istanti in cui finalmente si sentiva accettata, amata.
Ogni giorno si ripeteva uguale a quello precedente, non c'erano novità, non c'erano ventate d'aria che potessero risollevarla. L'obiettivo quotidiano era quello di sopravvivere alla giornata, scansando o attutendo ogni urto, ogni fendente. Si rendeva conto che tutto questo non era vivere, era un trascinarsi. Ma alla sera, quando finalmente poteva stendersi sotto le coperte, finalmente era al sicuro. In quei momenti lei scappava dalla vita, disegnando nella sua mente ciò che avrebbe voluto essere, ciò che avrebbe voluto vivere. Essenzialmente quella donna era insoddisfatta, ed invece che reagire, invece che spingere l'accelleratore fino in fondo per uscire dal fango, lei preferiva costruire nella sua mente un mondo tutto suo, un mondo perfetto, in cui nessuno poteva turbarla. Tutte le sue fantasie erano diventate così la sua cura e la sua condanna: la salvavano da una vita infelice e le impedivano di costruirne una migliore.