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Autore Topic: Frammento di racconto.. La ruota del Faceto..  (Letto 3211 volte)

Offline Ruota del Faceto

  • Naufrago
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Frammento di racconto.. La ruota del Faceto..
« il: 11 Settembre 2014, 14:36:03 pm »
Premessa: è ancora da correggere grammaticalmente, ma quello che vi chiedo è un parere su cosa questo piccolo spezzono di un romanzo, ancora in cantiere, crea nel lettore.
Grazie di tutto a tutti !


...sospirai e lentamente varcai la soglia. La stanza era vuota. Dietro di me la porta si richiuse e due rumorose mandate sigillarono la porta. Ero in trappola.
La stanza era un palese incubo di claustrofobia: quattro pareti bianche e stagne, lisce tanto da simulare uno spazio infinito, candido e terrificante, il soffitto, anch’esso bianco, era invece più scuro, sporco, a cui era appesa una piccola lampada fonte di tutta la luce. Al centro di questo stanzino, stretto persino per due uomini, c’erano solo due sedie; un tavolino avrebbe occupato troppo spazio.
Iniziavo a sentire caldo.
Non capivo il motivo per cui ero stato trascinato lì, ma vedendo il luogo, non pensavo a visite piacevoli. Non si poteva dire che il mio carattere e modo di fare fossero amichevoli e probabilmente buona parte di questo ramo della prigione mi odiava abbastanza da volermi morto. Avevo tanti conti da saldare con tanti detenuti, alcune vendette in attesa di compimento, alcuni debiti di amici e altri che avevano già assaggiato il disinteresse nei loro modi di stringere amicizia.
Cominciava a mancarmi il fiato.
Non ero claustrofobico ma quella stanzina, così stretta, opprimente, avrebbe instillato il panico a chiunque. Mi guardai attorno in cerca di una presa d’aria, ma sembrava che non ci fosse. Sentivo la calma iniziare a scivolarmi dalle mani sudate sempre più velocemente. Non c’era modo di capire quanto tempo passasse e per quello che riuscivo a percepire, sembrava di essere lì da troppo tempo per poter tollerare ancora quella opprimente sensazione. Bussai alla porta. – Aprite!! Qui non si respira !! -
Nessuna risposta. Bussai con maggior forza. Sentivo i miei pugni far suonare il metallo di cui era composta la porta, ma c’era qualcosa di strano. I tonfi che seguivano i miei colpi sembravano troppo ovattati rispetto a quanto lo spessore di quella lastra metallica doveva produrre.
Mi sentivo sudato fradicio e non era solo una sensazione. Le vesti da prigioniero che indossavo erano palesemente macchiate di sudore e anche l’odore che queste chiazze emanavano lo confermavano chiaramente.
Bussai ancora una volta ma quando la mano batté contro la porta il suono che ne scaturì mi lasciò interdetto. Un suono sordo, privo di metallo, che ricordava più la pietra della lamiera di cui doveva essere composta la lastra dinnanzi a me. Anche al tatto era cambiato qualcosa. Maniglia, serratura, bordi, non c’erano più. Sembrava che la porta fosse stata perfettamente disegnata sulla superficie della parete, tanto da sembrare realmente una porta in metallo.
Io ero entrato da lì.
- Dannazione! Dannazione! Dannazione!...Aprite!!- , urlai con quanto più fiato in corpo, ma nulla.
Quello davanti a me era un disegno perfetto su una parete di pietra.
Faceva troppo caldo. Era insopportabile e anche togliendo i vestiti addosso e rimanendo in mutande, quella sgradevole sensazione non andava via, anzi aumentava esponenzialmente con il panico e il panico continuava a crescere di secondo in secondo.
Iniziai a muovermi per il perimetro della stanza, toccando più volte con le mani in cerca della soluzione, del pulsante che avrebbe risolto tutto, della maniglia che avrebbe aperto la porta verso la libertà da quella tortura. Non c'era nulla di simile.
Le pareti erano lisce e prive di qualunque imperfezione e di speranze.
“Maledizione! ”, continuavo a ripetere nella mia testa, mentre a poco a poco sentivo venir meno le forze, oppresse da quest'inferno e dagli inutili sforzi nel tentare di fuggire.
Poi la luce fece capolino, lampeggiando per pochi attimi prima di spegnersi e lasciarmi nell'oblio e nel panico totale.
Fui colto dal desiderio di urlare con tutto il fiato in corpo ma dovetti trattenermi. Misi le mani umide di sudore davanti alla bocca per evitare di commettere qualcosa di così sciocco, anche se giustificato. Il terrore fluiva nel mio corpo più rapido del sangue, pompato da un cuore che mai mi aveva battuto tanto rapidamente nel petto, e pronto a inghiottire la mia mente come un milione di mani oscure pronte a lambirti il cervello e farlo sprofondare nell' oscurità.
Iniziarono a tremare le gambe, tanto da non poter stare in piedi, da necessitare di appoggiarsi al muro che le mie mani avevano tastato fino a pochi attimi prima. Un muro che ora non c'era più.
Non feci in tempo a percepire la sensazione di vuoto che già ero finito a terra, su un pavimento che, a differenza di quanto percepito prima, era gelato, tanto da farmi scattare in piedi in malo modo e farmi riperdere l'equilibrio e cadere nuovamente a terra, sta volta di schiena.
Che cosa stava succedendo?!
Fino a poco prima l'oscurità nella quale mi trovavo era calda e asfissiante e ora tutto sembrava così freddo, tanto da far gelare il sangue che fino a poco prima sentivo ribollirmi nelle viscere.
E la cosa più strana era che tutto quello provato fino a poco prima era del tutto svanito, come non ci fosse mai stato.
Passando una mano sulla pelle non si sentiva traccia di sudore e anche la mente sembrava essersi liberata di colpo dal panico che l'assediava con forza.
L'oscurità era rimasta, ma solo quella e il pavimento erano le uniche cose percepibili attorno a me. Anche muovendo qualche passo non sembravano esserci più ostacoli; le sedie o i vestiti buttati a terra sembravano non esserci più.
“Che succede...?”, pronunciai con voce tremante. Nessuna risposta.
“Aiuto...qualcuno...qualcuno mi sente?”, riprovai cercando di mantenere un tono fermo, ma balbettante e sottomesso. Nessuna risposta.
Avevo paura a muovermi troppo nell'oscurità e ne avevo anche a rimanere immobile. Non sapevo dove ero, cosa era successo, cosa dovevo fare. La situazione era talmente bizzarra e folle che non c'era modo capire, di riflettere sul da farsi o di decidere come agire.
Non c'era una sensazione di freddo, ne di caldo. Il pavimento che calpestavo non stimolava il senso del tatto e avrei potuto credere di cadere se fosse stata presente la sensazione di vuoto, ma non c'era.
Quando mi chinai per toccare ciò su cui camminavo le mie dita non trovarono nulla di solido, solo il vuoto. Ero sospeso nel nulla, nell'oscurità.
Dove mi trovavo?Tutto quello che prima poteva avere un senso subito dopo lo perdeva. Ero forse morto? Probabilmente tutto questo era un sogno e io ero ancora in cella a dormire o privo di vita con un cacciavite nel cuore o nel cranio.
Era inspiegabile quello che provavo. Era misto, confuso, privo di controllo eppure così placido, rilassato, tanto da rendermi calmo. Era la prima volta che non provavo qualcosa e in certo modo mi piaceva; niente pensieri, niente preoccupazioni, niente di niente. Solo l'eco di un pensiero che poco a poco si disperde nel nulla e non lascia dietro di se nemmeno il ricordo.
Non aveva senso camminare o stare fermi; fare un passo poteva non significare più muoversi e anche avanzare in una direzione probabilmente non avrebbe portato da nessuna parte. Era tempo di smettere di pensare a come uscire da questo bizzarro “scrigno di Davy Jones”.
Lentamente mi sedetti sul nulla cosmico e incrociai le gambe, pronto a non fare nulla. Forse dopo un po' avrei percepito i morsi della fame, il bisogno di bere o di andare al bagno, ma da quando era iniziato questo collasso verso questa non esistenza, tutte le sensazioni, le emozioni e i bisogni umani, sembravano essere svaniti. I cinque sensi tutti erano spenti, privi di significato in un luogo dove non c'è nulla da percepire, me incluso. Ero escluso dalla realtà, in un certo senso.
Provai a sospirare, ma dovetti sforzarmi per ottenere un gesto che prima poteva essere istintivo o portato da qualche emozione.
Non potevo fare nulla se non attendere qualcosa, senza sperarlo, senza timore che non sarebbe mai arrivato.
C'è chi dice che la paura più grande dell'uomo sia quella dell'ignoto; è il viaggio verso questo che spaventa, non la meta.
Ora lo sapevo.

Da qualche parte e da nessuna parte, in un luogo che luogo in realtà non è, qualcosa sembra scuotersi appena e il suo destarsi crea un disturbo negli universi tale da cambiare il movimento dei pianeti, la creazione e il collasso di stelle e mondi, la nascita e la morte di specie viventi e non.. non ha forma, non ne ha bisogno, non ancora..

“ Sveglia sciocchino!”
Una voce echeggiò nella mia mente, tanto vicina da poterla sentire nascere direttamente dal mio orecchio. Aprii gli occhi e abbandonai il confortante grembo del nulla per ritrovarmi là dove tutto era cominciato: la stanza degli interrogatori.
La piccola, claustrofobica, celletta era come l'avevo vista la prima volta che vi entrai con l'unica differenza che ora davanti a me c'era un individuo seduto su una delle due sedie; l'altra la stavo occupando io.
Ero ancora abbastanza intontito, come se avessi dormito talmente tanto da aver atrofizzato la vista, non riuscendo a mettere bene a fuoco chi ci fosse dinnanzi a me.
Dormito...
Tutto quello che avevo vissuto era un sogno, dunque. E come poteva essere altrimenti? Troppo surreale per essere veramente accaduto, eppure sembrava così vivido, tangibile, da farlo sembrare reale.
“Dunque dunque dunque dunque... è ora che si parli un po' io e te.. “, disse con rapida, perfettamente scandita, successione la figura di fronte a me, con tono divertito, quasi emozionato.
Strofinai gli occhi più volte per cercare di mettere a fuoco il mio interlocutore, ma non capivo come mai non riuscivo ad ottenerne una immagine nitida. Vedevo perfettamente la stanza, la lampadina appesa al soffitto, le pareti bianche, le mie mani e le mie gambe, coperte ancora dai pantaloni che in sogno avevo tolto. La figura dinnanzi a me invece continuava a risultare sfuocata, come se il mio sguardo faticasse a definirne i dettagli. Sembrava ben vestita, con giacca e pantaloni neri, una camicia bianca e una cravatta rossa, ma era difficile vederne i contorni, i dettagli, e anche il viso sembrava essere un uniforme macchia nera.
Macchia nera?
Non ci feci caso subito a quanto vidi, forse ancora troppo stordito per poter ragionare lucidamente, però quella persona dinnanzi a me aveva qualcosa di strano e se i miei occhi non percepivano adeguatamente cosa, le mie viscere invece si sentivano scosse dalla sua presenza.
“ Chi sei?”, chiesi cercando inutilmente di mettere a fuoco la sua forma.
La figura, seduta composta e con le mani appoggiate sulle gambe, non sembrava muoversi minimamente; non un accenno di respiro o movimento delle dita, neppure un segno di nervosismo o un tic. Sembrava un manichino dei grandi magazzini, perfettamente agghindato e totalmente immobile.
“No no no no no no no no...tu non devi sapere nulla... non sei qui per questo. Ora mi devi dire qual'è il tuo prezzo per diventare la mia pedina..”, pronunciò con il suo perfetto, ironico,tono.
Se ero confuso dal fatto di non poter inquadrare bene la sua figura, le sue parole peggiorarono il caos nella mia testa.
Che diavolo significava pedina? E a cosa si riferiva con prezzo?
Mi sentivo preso in giro da quelle parole, ma per qualche strana ragione sentivo che non c'era nulla di divertente o scherzoso. La situazione si stava facendo sempre più assurda e non ero più tanto certo di dormire stavolta.
“Aspetta...non riesco a capire cosa intendi.. pedina, prezzo.. non ha senso quel che dici”, risposi perplesso.
Ci furono diversi secondi di silenzio tra noi, poi finalmente qualcosa si mosse. Le mani di lui si sollevarono dalle gambe contemporaneamente, perfettamente sincronizzate nei movimenti e con esse anche io mi alzai, come se fossi stato forzato a farlo. Lentamente poi, unì i suoi palmi davanti al suo sfuocato, nero, viso: “ Non ci siamo intesi mio piccolo nulla..”, pronunciò stavolta con severità e serietà. Io non capivo cosa stava accadendo al mio corpo mentre lui faceva quei gesti, ma ero completamente immobile, spettatore di qualcosa fatto da me ma non voluto.
Quando con un gesto rapido separò i palmi uniti della mani fui investito da una sensazione di gelo e di bagnato che di punto in bianco mi aveva avvinghiato.
Non capii subito cosa era accaduto, nemmeno quando mi fu chiaro. Davanti a me una grande matassa rosa e rossastra, gocciolante, svolazzava a mezz'aria. Aveva l'aspetto informe di una figura umana ma era floscia, vuota, molle.
Dopo pochi attimi non potei fare a meno di urlare per il dolore. Una vampata acuta e feroce come un incendio vibrò per tutto il mio corpo, facendomi tremare tanto forte da non poter più stare in piedi. Caddi in ginocchio e nuovamente il dolore si ripercosse per tutto il mio corpo, con una violenza tale da farmi mancare il fiato e farmi comunque vomitare urla. Sentivo le gambe bruciare e trasmettere questa sensazione a tutto il resto del corpo. Quando vidi le mie mani capii che cosa era accaduto.
Il mio corpo era stato totalmente privato della pelle, lasciando la sua carne viva esposta e indifesa. Era atroce la percezione del mondo privi di quella corazza naturale, insopportabile e lacerante, e ogni movimento non faceva che far vibrare ancora di più il dolore provato. Ero come una chitarra in mano a un metallaro pronto per un assolo, soltanto che ogni corda vibrata, ogni nota suonata, provocava in tutto lo strumento un dolore disumano.
Cercai di alzare il capo per guardare chi avevo di fronte, coperto da quella che era la mia pelle, strappata di netto senza che me ne accorgessi.
Chi era questo tizio?!
Per un istante il dolore raggiunse un picco talmente alto che mi sembrò di morire più una volta, tanto da farmi perdere il controllo dei sensi e collassare a terra.
Quando mi ripresi ero ancora seduto dinnanzi a quella figura che aveva le mani giunte davanti al viso, di fronte a me. Del dolore provato era rimasto solo un vago ricordo, ma il solo vedere quella posa da parte del tizio sfuocato creò un brivido di terrore che mi spinse a scappare da lui con tutte le mie forze.
Cercai di lanciarmi dalla sedia verso la parete opposta, ma caddi a terra in malo modo e finii con lo strisciare via con quanta più foga possibile. Ero terrorizzato da quel gesto e da quell'uomo se tale era.
Mi rintanai in uno degli angoli e mi rannicchiai su me stesso, come un animale impaurito con le spalle al muro, in trappola dinnanzi al suo predatore.
Lui lentamente e con perfetta sincronia ripose le mani sulle gambe.
“... siete una razza veramente primitiva.. ignoranti di quello che vi circonda al di fuori del vostro piccolo mondo... eppure in millenni pensavo che finalmente avrei avuto quello che cercavo.. questa volta non voglio essere sconfitto ancora da quella massa di nullità cosmiche..”, pronunciò severamente.
Le sue parole erano insensate e anche volendo rifletterle ero troppo terrorizzato da quanto accaduto poco prima. Lui alzando una mano accennò alla sedia rovesciata di fronte a lui, poi con tono più quieto :” siediti e ti spiegherò meglio.. ma non mi ripeterò e non accetterò domande.. solo risposte..”
Qualcosa nel tono della sua voce placò totalmente le mie paure, come non fossero mai esistite. Lentamente mi alzai da terra e mi risistemai meglio che potevo, poi rimisi in piedi la sedia e mi sedetti di fronte a lui, stranamente impaziente di ascoltare quanto voleva dirmi e certo che non avrei infranto le sue condizioni.
“Ti dirò le cose come stanno.. tu mi servi... ma non posso forzare la tua scelta, devi concederti tu e, dato che tutti hanno un prezzo, dì qual'è il tuo.. una volta pagato tu sarai una pedina..”. Le sue parole, per quanto sensate fossero, non significavano nulla e non aiutavano a capire cosa volesse intendere.
Lentamente alzai una mano in cerca di attenzione e per poter parlare, non essendo sicuro che questa cosa potesse essere gradita. Di certo sapevo che chi mi stava di fronte trascendeva qualunque cosa la razza umana avesse mai pensato di incontrare. Tutto quello che era successo da quando avevo varcato la porta alle sue spalle valeva qualcosa per questo inquietante individuo, eppure non si faceva troppi problemi a strapazzarmi fisicamente e psicologicamente, come fossi un giocattolo nelle sue capricciose mani.
“Non voglio farti domande..ma voglio capire la portata di quanto mi chiedi. Lo hai detto anche tu che faccio parte di una razza primitiva e come tale non posso comprendere a pieno qualcosa pronunciato da un'entità troppo sopra le mie possibilità..per cui permettimi di chiedere, riflettere e darti la risposta che vuoi”, pronunciai con timore reverenziale verso colui che probabilmente avrebbe potuto farmi soffrire l'inferno in terra.
La figura non si fece troppo attendere e con il cenno di una mano, simile allo scostare un velo da davanti a se prendendolo da un lembo, scostò la realtà stessa intorno a noi lasciando poi spazio all'oscurità totale.
Fu così rapido che sembrò quasi di chiudere gli occhi senza più riaprirli.
Ero nuovamente nel vuoto. Le stesse non sensazioni ritornarono ad avvolgermi e cullarmi, il silenzio cosmico era qualcosa di veramente piacevole e allo stesso tempo assolutamente inquietante, ma così immenso e profondo da inghiottire qualsiasi pensiero.
Nuovamente ero in pace con ogni cosa.
Nella mia mente però la tregua ebbe presto termine...
Il destino è ironia, è caos, è scontato.
Vita e morte, bene e male, giusto e sbagliato sono solo caselle di un'immortale ruota da quiz che gira per capriccio. E quando si ferma è lì che comincia il vero gioco.
Disperazione, sollievo; tutto sta in quello che, questa volta, hai vinto.