È un silenzio morbido questo, lo sento, sento le tue mani che aprono le mie, che prendono a pugni il muro e mi accettano.
I tuoi vestiti che separano le mie mani dai tuoi fianchi, la tua pelle morbida, fredda.
Il profumo dei tuoi capelli che si fa sempre più intenso sul collo. La forza delle tue braccia e le mie che ti stringono per non cadere.
Ti sento scalciare tra quelle braccia per andare via e comunque stringermi e non lasciarmi.
Vedo il mare inghiottirmi tra queste quattro mura. Sento il bisogno di rimanere qui, chiuso, protetto, lontano da tutto, dalla paura, dal dolore, da te, che mi sorridi dietro un vetro dicendomi di sorridere, di non piangere, che tutto passerà. Anche tu, sopratutto tu.
La sento muoversi, dentro, chiedere sempre di più sempre più dolore, farmi male, ferirmi. Mischiare odori e carni che non sei tu. Toccare con mani e braccia che non sono io.
Ho fame, ho sete, ho freddo.
Non mangio, non bevo, non ho di cosa coprirmi.
Ho un senso di te nascosto dietro un muro colorato fuori, grigio dentro.
Dipinto di te, dei tuoi particolari, dei tuoi nei. E poi c'è lei, li. Che mi aspetta dietro quel muro, che mi dice di non aver paura, che mi offre il suo cibo, la sua acqua, che vuol coprirmi con le sue braccia.
L'acqua sale, arriva alle caviglie, le supera. È fredda, salata.
Ho paura, vorrei lasciarti, uscire. Ma come faccio a lasciarti adesso che ho lasciato che un'idea si fondesse con me, che mi respirasse, che mi saziasse, dissetasse e coprisse d'aria vuota.
Lo sento esplodere, e spingere verso il petto, vuol uscire, vuol prendere quelle mani.
Lo sento prendere a testate le pareti, mischiare sangue e sale.
L'acqua supera i fianchi e l'ombelico, i movimenti iniziano a rallentarsi, il muro lascia uno spiraglio.
Entra luce.
Chiuso, rannicchiato nel senso di te, abituato alla tua ombra che io stesso ho steso e cementificato.
Abbattilo, tirami fuori, io non ne ho più la forza. Vorrei dirti tutto, guardarti negli occhi. E chiuderli e sentirti, sentire nuovamente le mie mani sopra i tuoi fianchi.
Urla scalcia, come una bestia che non sente padrone.
Non ricordo da quanto tempo sono in apnea, l'acqua è alla gola e io comunque non respiro.
Non sta a te aprire questo muro.
Vattene. Amo il mio dolore.
Vattene.
Vattene.
Vattene, perché inizio ad amare te più di lui.
Vattene perché io posso sopportare di morire solo dentro questa prigione, dentro la mia mente, sepolto da questo mare nero.
Vattene, perché non posso sopportare l'idea che tu inizi ad amarmi al punto da passare da questa parte.
Vattene, vattene, lascia la mia mano a cercarti nel vuoto di quella immensa luce.
Non l'afferrare.
Torna a battere il muscolo, torno a vedere. L'acqua è ormai sopra la mia testa, la sento entrare nei polmoni, eppure lui pulsa, forte impetuoso, pulsa per non rimanere chiuso, pulsa perché non è mai troppo tardi.
Pulsa, perché la vita va oltre.
Oltre quel sorriso, oltre quel vetro, oltre il tuo odore, la tua stanza il tuo letto i tuoi capelli il tuo naso il tuo bisogno di essere, il mio di esserci, la dolcezza la bestia le mani i polsi le vene il sangue l'acqua: te.
Oltre il senso di te.
Oltre il senso di te, dove io Sono. Dove io Sento. Dove io Vivo.