LE IDENTITÀ
Se ne stava lì, davanti a me, era arrivata con passo felpato, all’improvviso. Si era seduta sulla panchina dicendo “Buongiorno, posso?”.
“ ‘Giorno… sì, prego…” avevo replicato, alzando appena la testa dal libro per sbirciarla, un pò sorpresa perché non l’avevo sentita arrivare. Mi rituffai nella lettura provando un leggero senso di fastidio, forse per il fatto che lei si era seduta così vicino a me da sfiorarmi, violando il mio piccolo spazio privato, eppure la panchina era tutta libera. Fingendo di aggiustare le pieghe del cappotto sotto di me, mi spostai leggermente più in là, per ristabilire le distanze.
“Ha da accendere?” riprese la donna con voce limpida, girandosi vero di me e accostandosi di nuovo.
“No! Non fumo!” questa volta ero proprio seccata, quindi alzai lo sguardo sul suo viso, inarcando un po’ le sopracciglia e indurendo il tono di voce.
Ebbi un sussulto e per un attimo mi sentii venir meno, mentre i giardino vorticava furiosamente intorno a me in una nebbia colorata di alberi, bambini che gridavano, cani che abbaiavano e busti di eroi di altri tempi….
“Sorpresa, eh?” riprese la donna, imperturbabile, con un sorrisetto.
“Ssì! Chi è lei?” farfugliai.
“Non lo sai?” sorrise lei ammiccante.
“Certo che non lo so” risposi stizzita “la sola cosa che so è che ci somigliamo in modo impressionante! Mi sembra quasi di guardarmi allo specchio! Forse se ci fossimo incontrate per strada non ci avrei badato, ma lei è venuta qui, mi ha aggredito…”.
“Aggredito!?” la sconosciuta spalancò gli occhi, guardandomi con aria innocente. “ Aggredito?” ripetè “Per essermi seduta sulla panchina di un giardino pubblico, averti salutata educatamente e averti chiesto se potevi accendermi una sigaretta? Via…” La donna scosse la testa, poi aprì la borsetta e, preso un piccolo accendino d’oro, dette fuoco alla sigaretta lunga e sottile che teneva in mano.
“Ecco, lo vede che era una scusa!” ripresi con tono maligno.
“Ma che noia!” sbottò l’elegante signora, sbuffando ed esalando una boccata di fumo azzurrino, poi, poggiando una mano sulle mie:
“Vedi, Roberta, questo è il guaio: sei noiosa, chiusa, permalosa… per forza sei scontenta della tua vita! Mai uno slancio, un pizzico di brio, un po’ di disponibilità verso gli altri… sempre le stesse cose, gli stessi gesti, lo stesso egoismo, gli stessi posti! Ti rendi conto che sono dieci anni che non cambi negozi?”.
Scattai in piedi “Che c’entrano i negozi, accidenti! E poi come fa a sapere il mio nome, lei chi è insomma?”
Si alzò anche lei, era molto elegante, ben pettinata, con le mani curate e, sul viso, un trucco leggero e sapientemente dosato.
“Ma sono Roberta anch’io, naturalmente!” disse sorridendo, mentre schiacciava la sigaretta appena accesa sotto l’elegante scarpetta a tacco alto. “E non fare quella faccia da idiota a bocca aperta! Certo, sono la Roberta che tu potresti essere se solo volessi. Guardati lì: quanti anni ha quel cappotto? E i tuoi capelli, le tue unghie tutte mangiucchiate? Quanto tempo è che non canti, non ti fai una risata di quelle stupide, quasi senza motivo? Da quanto non vai fuori con gli amici, anzi, dove sono finiti i tuoi amici? Dov’è la Roberta innamorata della vita, della gioia, dell’eleganza? Guarda là, la ciliegina sulla torta: hai perfino una calza smagliata!”
“ Beh, quello no!” replicai indignata “ Sarebbe sciatteria e io non…” ma, nel parlare avevo abbassato gli occhi e la smagliatura era proprio lì, sulla gamba destra, biancastra come una cicatrice e finiva dentro la scarpa che, oltretutto, mi apparve sporca di polvere e terriccio.
Istintivamente nascosi la gamba dietro l’altra, poi mi sentii pungere gli occhi da fastidiose, indesiderate lacrime.
“ Sei qui per umiliarmi, dunque, chi ti manda?” ripresi, lasciando scorrere quelle maledette lacrime che non riuscivo a trattenere.
“ Mi manda Roberta, è logico!” rispose lei affettuosamente, prendendomi sottobraccio.
“ Ma quale…quale Roberta? “ balbettai confusa.
“ Ecco, brava, cominci a capire!” trillò lei “ Mi manda la Roberta che ti vuole scuotere, perché tu la pianti di abbandonarti così, di morire un poco ogni giorno, di spegnerti come una luce stanca perché hai perso il gusto di vivere…”
Ci incamminammo lungo il viale parlando come due vecchie amiche e io mi aggrappavo al suo braccio, sentendo nascere in me la speranza di riorganizzare la mia vita.
“ E quante Roberte siamo?” le chiedevo piano piano.
“ Tante,oh tante!” sussurrava lei in risposta.