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Autore Topic: il campo d'oro  (Letto 1675 volte)

Offline kant.51

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il campo d'oro
« il: 3 Aprile 2007, 12:33:08 pm »
IL CAMPO D'ORO
 C’era una volta un uomo di nome Tano, così magro, ma così magro, che quando il vento soffiava forte, i vestiti gli sbattevano addosso come una bandiera al suo pennone. Tano era povero, portava abiti dimessi e rattoppati con stoffe multicolori , una corda gli legava i calzoni alla cintola e, da un grosso buco delle scarpe, facevano capolino i piedi magri.
“Che malasorte! Che malasorte la mia!” piagnucolava sempre l’uomo ”Mai un po’ di fortuna!”
“È colpa tua!- lo rimbeccava la moglie, acida -Se tu fossi furbo come i tuoi fratelli, il tuo babbo non ti avrebbe lasciato quel misero campo di sterpi che non ti fa campare la famiglia! Ma tu…no! Spigoloso di fuori e spigoloso nel cuore, ecco! Guarda che terra grassa hanno i campi che ha lasciato ai tuoi fratelli, che messi danno e che guadagno! Le loro mogli sì, hanno abiti e gioielli,non come me, poveretta, ché il mio bracciale è la fame e per collana ho la miseria nera…-
Così gracchiava la donna furibonda e Tano abbassava le spalle, guardava il campo incolto e brullo, un ammasso di rocce, sterpi ed erbacce e, sconsolato, bofonchiava sottovoce: “E sì, come fosse colpa mia! È la malasorte, la malasorte…che ci posso fare io se sono il fratello più piccolo e i beni di famiglia son finiti ai più grandi? A me è toccata questa magra, inutile terra…”
Scuoteva la testa e usciva: un bicchiere di vino preso a credito all’osteria, lo consolava e lo scaldava  un po’.
Ma un giorno, tornando a casa, trovò la moglie sulla soglia, con le mani sui fianchi e tutta rossa in viso per la stizza:
-   E che succede?- sussultò Tano vedendola
Che succede? - urlò la donna - Te la do io la novità, mio bel marito! Succede che si è toccato il fondo: stamani è venuto l’oste, ha detto che il tuo debito era troppo, che non poteva più aspettare e si è portato via quelle due pollastre spennacchiate che ci davan qualche ovetto da vendere. Sicché è finita, caro mio, me ne torno al mio paese, dalla mia famiglia e il pane non mi mancherà più.
Ti do un ultimo consiglio prima d’andar via: prova ad andare dal Vecchio, sulla montagna. Chissà che lui non ti sappia fare qualche sortilegio e la tua “MALASORTE” come la chiami tu, o “DOLCE FAR NIENTE” come lo chiamo io non cambi! E addio! -
Detto così, la moglie gli voltò le spalle e, preso un fagottino con le sue povere cose, se ne andò.
Tano rimase fermo, sconcertato. Poi scosse la testa, entrò in casa e se ne andò a dormire.
Ma in capo a due giorni era più disperato di prima: il focolare spento, neanche una brodaglia di erbe sul fuoco, nessun vicino che portasse per carità un piattino di legumi, niente vino all’osteria.
Tano non sapeva piangere, ma si sentiva il cuore pesante come un macigno e non poteva ricorrere a nessuno, perché anche i fratelli lo avevano scacciato più di una volta gridandogli “Buono a nulla! Pigraccio!” e non ne voleva no sapere di lui. Allora si ricordò delle parole della moglie e si decise ad andare dal Vecchio della montagna.
Si incamminò per la strada che portava fuori dal paese e si inerpicò lungo la via del monte. La casa del Vecchio, solida e ben tenuta, si scorgeva a mezzo costone dalla valle, con un bel fumo vivace che usciva dal comignolo.
Dopo due ore di cammino, Tano giunse lì e trovò la porta socchiusa, stava per bussare, quando una voce dall’interno lo chiamò: - Entra, giovanotto, entra! Ti  aspettavo!-
Tano  si levò il berretto bisunto dalla testa e, stringendolo fra le mani, entrò timoroso.
-   Buongiorno Eccellenza…io…-
-   Lo so , lo so, Tano! Ti conosco!- lo interruppe il Vecchio dalla barba bianca e maestosa; era seduto accanto al fuoco e fumava una lunga pipa.
-   Allora lei, Eccellenza…voi…visto che sapete, se mi poteste fare un incantesimo contro questa malasorte! Per quella terra maledetta e arida come il ventre secco di una cavalla sterile!- pregò Tano a mezza voce.
-   Un incantesimo, dunque!- interruppe ancora il Vecchio, scostando la pipa dalle labbra e guardando Tano sottecchi - Mmm…ebbene, ti dico che in quel campicello  sono nascosti oro e argento- mormorò, e poi: -non ho altro per te, Tano. Puoi andare.-
Ciò detto, gli voltò le spalle e, guardando il fuoco, riprese tranquillamente a fumare.
-E…e…eccellenza…!- si inchinò Tano, perplesso e uscì a ritroso, poi sul sentiero si raddrizzò e prese a camminare, parlando stizzito fra sé e voltandosi, ogni tanto , a guardare con astio la casa:
- Eh, sì, ma chi vuol prendere in giro quello? Oro! Argento! Nascosti lì! O forse non ho occhi io per vedere che solo sassi e sterpi invadono il mio campo maledetto? forse sono io lo sciocco che scambia le erbacce per oro e argento? E magari mi dirà che i rovi spinosi sono dei diamanti! Vecchio crudele! Anche tu, come tutti gli altri, ti fai gioco di Tano e della sua malasorte! Non cambierà mai, dunque? E, certo, e quando mai potevo avere un che di buono da qualcuno, io? Mi avesse  fatto sedere accanto al fuoco, almeno, mi avesse dato un po’ del suo tabacco e del suo vino! Macché … “Tano ti aspettavo…” sì, per darmi bubbole!- e così, a passo svelto, tornava a casa Tano, sentendo sempre più rabbia e dispetto montargli nel cuore.
Passò  il giorno e calò una notte fredda, con stelle lontane e luccicanti,ma Tano aveva il cuore avvelenato, non trovava pace. Si sedeva sulla vecchia seggiola e subito si rialzava mentre le parole del Vecchio gli frullavano in testa come uno sciame di mosche dispettose sotto il sole estivo. Prendeva letto, ma si girava e rigirava sotto la coperta  sottile e rappezzata senza trovar sonno.
- E se ci fosse un tesoro sepolto nel campo?- pensava all’improvviso. Ma subito gli pareva impossibile.
- E chi mai lo avrebbe seppellito proprio lì!? Per me,perché lo ritrovassi proprio io, con tutta la mia malasorte!- e scuoteva la testa incredulo e chiudeva gli occhi, vedeva se stesso intento a scavare, ora in un punto,ora in un altro del campicello avaro ed ecco che trovava una vecchia cassa di legno e, appena riusciva a sfondarne il coperchio, preziose monete d’oro e d’argento ne rotolavano fuori… ricco! Ricco! Finalmente ricco,rispettato, ammirato da tutto il paese e perfino quella  pettegola acida di sua moglie tornava da lui e diceva pomposamente “Tano, il mio caro, meraviglioso marito!...”
 Si svegliò di colpo, tutto sudato e affannato, si strinse addosso la coperta e guardò fuori: nella luce livida dell’alba il campo era sempre lì, con i massi di pietra, gli sterpi, i rovi e le erbacce.
-   E sia così, campo della malora!- urlò improvvisamente Tano,esasperato- Io te lo strapperò quel tesoro che nascondi nelle viscere amare! Fosse l’ultima cosa che faccio nella mia malaugurata vita!-.
Così, Tano uscì, andò dal vicino e si fece prestare gli attrezzi, anche il vecchio, paziente bue con l’aratro.
-   A buon rendere!- disse.
E cominciò a lavorare.
E come lavorava! Mai contadino di quel paese fu così diligente e costante;mai contadino di quelle terre lavorò con tanto sudore e fatica: c’era un’ostinazione cieca nel suo zappare, nel suo svellere i massi di roccia pesante, nel suo rivoltare la terra, nel bruciare gli sterpi, l’erba e i pezzi di radici. La sera aveva appena il tempo di accendere il focolare e cuocere un po’ di cibo che crollava addormentato per la stanchezza. Ma all’alba era di nuovo lì,a scavare, a pulire, a dissodare.
In capo a venti giorni il campo era irriconoscibile, tutto ripulito.
Ma tracce di casse, di tesori,nulla. Nulla di nulla.
Ogni giorno l’uomo lavorava, scavava un po’ più a fondo, ripuliva fino all’ultimo metro di terra incolta: macché, nulla.
Allora, alla disperazione si unì, nel cuore semplice di Tano, la rabbia , immensa come era stata la sua fatica:
-   Ah, gliela faccio veder io a quel vecchio bugiardo! Quale tesoro!? Quale oro e argento!? Domani andrò da lui e mi sentirà, oh se mi sentirà! Invece di farmi una magia si è preso gioco di me !-
All’alba dell’indomani Tano si incamminò per la montagna. Il vento soffiava gelido e la prima neve incappucciava le cime più alte.
Giunse alla casa del Vecchio, ma la porta era chiusa e dal comignolo non usciva fumo.
Tano si fermò a guardare, incerto.
-   Avrà ben paura della mia collera quel Vecchiaccio!- pensava Tano- Forse teme di farmi entrare dopo tante bugie! In fin dei conti , anche un poveraccio come me si può arrabbiare!-
Ma mentre argomentava così con se stesso, la porta della casa si schiuse e ne uscì un bambinetto dai  capelli d’oro: - Sei tu Tano?- gli chiese.
-   Ssì…signore,bambino…eccellenza,o come  posso  dire…-
-    Il  Vecchio è morto- lo interruppe il piccino- ma ha lasciato questo per te.-
E, così dicendo, gli porse un sacchetto morbido nelle mani, poi rientrò con un movimento così rapido che a Tano sembrò quasi sparire nel nulla. Tano soppesò il sacchetto nelle mani: era leggero. Lo aprì con cautela e vide che erano sementi.
Riprese mogio mogio la via di casa.
-   Tutto perduto, dunque-sospirò- Ho fatto male a sperare, ecco. Dovevo capire che io con la malasorte ci sono nato e nessun vecchio me ne poteva liberare. Altro che magia! Altro che oro e argento… per ripagarmi di tutti i sogni perduti, delle speranze finite, che cosa mi ha fatto trovare quel vecchiaccio? Un pugnetto di semi! Povero me!-
Così, giunto davanti al campicello, Tano vi gettò i semi, poi andò a letto.
Ed ecco che, la notte, un venticello bizzarro si levò e, aperto il sacchetto, tutti i semi ne rotolarono fuori, spargendosi sul campicello arato.
Dormì bene, Tano, quella notte. Si era rassegnato. L’indomani mattina restituì al vicino gli attrezzi ed il bue.
-   Non ho da ripagarti, scusami!- gli disse a occhi bassi.
Ma la gente del paese gli sorrideva e lo salutava. E l’oste lo invitò alla sua tavola e gli spillò il vino dalla botte migliore e perfino un suo fratello, che incontrò all’osteria, gli strinse la mano e disse -   Bravo Tano, non ci avrei mai creduto!, ma quel campo l’hai messo proprio a nuovo! Sarebbe orgoglioso anche il babbo, se lo potesse vedere!   -.
Passò l’inverno, venne la primavera e il campo di Tano traboccava di spighe verdi; venne giugno e il campo di Tano ondeggiava di spighe mature e rigogliose. E una notte Tano si svegliò e guardò dalla finestra: sotto i raggi d’argento della luna le sue spighe splendevano muovendosi piano al vento della notte. E Tano restò lì, incantato a guardare l’argento nel suo campicello.
E nacque il sole e i suoi raggi inondarono le messi e il campo di Tano diventò tutto d’oro splendente nel calore del mattino.
E allora lacrime bagnarono gli occhi dell’uomo, che mormorava piano piano: “Aveva ragione il Vecchio! C’erano oro e argento nel campo di mio padre…..”


 
cKappa ^*°^*°^*°^*°^*°^*°^*°^*° Sì che ti voglio bene, bene davvero...