Fatemi sapere come va questo breve continuo! E' solo un piccolo spu(n)to...! Diciamo uno spu(n)tino! :lol:
Anche in taverna, la memoria ha un limite; ma anche se non me lo ricordo, sono sicuro che il primo cliente della mia taverna sia stato il Tucano. All’epoca era solo un ragazzo; aveva a stento vent’anni e ne dimostrava solamente una quindicina, e già era conosciuto dal paese con il suo nomignolo, che aveva forse avuto fin dalla nascita, forse era nato come frutto della fantasia degli amici, o forse aveva ricevuto per quello che lasciava trasparire di sé. Già, perché il Tucano sembrava proprio un tucano; mai un soprannome mi era sembrato così appropriato! Non perché avesse un lungo naso o uno strano colorito, ma per il suo sorriso. Il tipico sorriso da tucano: quel sorriso ironico, difficile da descrivere, ma che un uccello tropicale conosce benissimo; con il becco leggermente incurvato e quella punta scura come una macchia sulla punta del naso, sembra voler armonizzare con tutto il resto del paesaggio, quasi prendendosi gioco di quest’ultimo e anche di sé stesso. Ad ogni modo, il Tucano era tucano davvero nell’anima. Secondo alcuni, il suo non era nemmeno un nomignolo; si diceva infatti che il suo nome di battesimo, che nessuno ha mai voluto sapere per non distruggere quell’alone di mistero che aleggiava su di esso, fosse Giulivo Tucano. Ma, in ogni caso, nessuno avrebbe avuto piacere a chiamarlo Giulivo; e quindi nessuno volle sapere mai la verità, lasciando questo simpatico mistero del Tucano per sempre irrisolto.
Come stavo dicendo, fu proprio quel giovinotto a entrare per festeggiare tra i tavoli di ciliegio e le panche ad angolo della mia bettola per primo. Gli era capitato per caso di entrare, nei primi giorni di vita dell’osteria. Ma, nel giorno di cui parlo, non credeva affatto che sarebbe venuto a farmi visita. Era troppo triste per un bicchiere di Aglianico, diceva. Stava passando un brutto periodo; o almeno così si vociferava. Aveva dimenticato qualcosa, e quel qualcosa lo rodeva giorno e notte, qualunque cosa fosse. Ma, evidentemente, i suoi piedi avevano intuito che quello era il giorno buono per risolvere il suo problema. E, si sa, la gente non riesce a fare a meno di dare ascolto ai propri piedi. Cambio idea, chissà poi perché.
Quindi, condotto forse dai piedi, forse dal cuore e forse anche da qualcos’altro, e facendo molta fatica ad evitare le colonne pendenti dal soffitto, si era accasciato tristemente sulla panca più vicina alla porta, quella sulla sinistra.
Subito gli andai vicino: – Un bicchiere di vino sincero come una vecchia promessa?
– Ma sì, portami quel rosso dell’altra sera…
Lo squadrai da capo a fondo. – Qualcosa non va? – gli chiesi.
– Ma no, figurati… Com’è che dovrebbe andare?
– Sono sicuro che potrebbe andare meglio. Hai una faccia che sembri appena uscito dal camposanto. Aspettami qui! – e, detto questo, mi allontanai velocemente.
Ci avevo messo praticamente niente a farmelo amico. È facile far conoscenze in una tavola calda, soprattutto in un paese di qualche dozzina di abitanti. Non gli portai quel vino che mi aveva chiesto, ma preferii tornare, volteggiando tra i tavoli come un pesce gatto nel suo fiume preferito, con una bottiglia di vino che l’ultima volta aveva steso tanta gente che gli agnelli previsti per il secondo piatto avevano fatto togliere il lutto alla zampa ai genitori. Quindi mi sedetti vicino a lui e brindammo. Brindammo alla salute alla vita al piacere alla passione all’osteria alla gente del paese e a quella simpatica vecchina che camminava sempre per strada, vuotando a poco a poco il bottiglione in quei due bicchieri grossi che mi aveva lasciato il nonno; aveva sempre detto che mi sarebbero potuti servire, quando fossi stato in difficoltà. Ma del nonno e dei suoi bicchieri parleremo più tardi.
Come stavo dicendo, dopo mezz’ora avevamo portato a termine quel sacrificio, con somma soddisfazione. Quel vino era davvero pesante; ma io non avevo mai avuto mai avuto problemi con il vino e lui, nella condizione in cui si trovava, lo scolò senza nemmeno accorgersene. Quello era il vino adatto a quella serata, lo avevo sentito. E dato che l’avevo sentito, ne ero sicuro. Chissà poi perché.
Quella sera non risolsi i suoi problemi, ma se non altro riuscii con un po’ di vino a scacciare via quella depressione che aveva colpito entrambi. Lui dimenticò di star cercando quella cosa perduta, e forse non gli sarebbe mai più in mente. Ed io dimenticai di non essere mai stato depresso, togliendo così un altro cruccio dalla mia testa. Anche quella serata era finita. Chissà poi perché.