grazie kant... te ne sarei grato..
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ecco una kikka
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Capitolo 2
Appena uscito dal cantiere si diresse dritto verso casa, era già tardi.
Il capomastro lo aveva fatto lavorare come un ossesso, aveva la testa che gli scoppiava “vai lì” “fai quello” “aiuta quell’altro”… quasi ce l’avesse con lui. Qui ci voleva qualcosa per riprendersi. Per fortuna nel pomeriggio doveva vedersi con i suoi amici.
Scese dall’auto e, arrivato a casa, cercò inutilmente di mandar giù qualche boccone davanti al padre che, anche se faceva l’uomo duro, sapeva tutto quello che il figlio stava passando e si preoccupava per la sua salute.
Mentre mangiava Leo diresse lo sguardo verso il padre… aveva i capelli grigio topo, segno che la giovinezza stava per sparire, le sopracciglia folte come poche e il naso aquilino… Più lo guardava più si rivedeva in lui come se uno specchio gli avesse fatto il dono di vedersi nella vecchiaia.
Finito il pranzo, Leo andò direttamente a farsi una doccia rigeneratrice.
Si tolse la maglietta e si guardò riflesso nello specchio. I capelli neri ormai erano bianchi di calce, gli occhi erano spenti e poi rivide quella cicatrice sulla fronte, quella che si fece quando in un vicolo arrivò per la prima volta un ragazzo che gli chiese dell’erba, ma appena Leo gli diede quello che aveva chiesto, questo ragazzo raccolse da terra un pezzo di metallo e glielo gettò alla testa; per fortuna la ferita non era grave, tanto che appena colpito Leo gli si gettò addosso e lo mandò dritto all’ospedale, tre giorni di coma…
Momenti passati di beata gioventù, si disse.
Guardandosi nello specchio però si accorse di qualcosa che non andava…
La sensazione era strana, forse per la prima volta cercava di ragionarci su…
Aveva diciotto anni, la maggiore età l’aveva raggiunto. Che futuro avrebbe avuto se avesse continuato a fare la vita che faceva… che futuro avrebbe potuto dare ai suoi figli, un giorno, se oggi aveva solo la sua panda, una pistola e qualche grammo di fumo… forse nessuno… forse non sarebbe arrivato a fare i capelli grigio topo e raggiungere suo padre… ma era l’unica vita che gli si presentava davanti…
Un brivido gli corse giù per la schiena…
Entrò nella doccia e ne uscì soltanto dopo che l’ultimo granello di polvere fosse scesa dalla sua testa.
Si rivestì e diede un occhiata all’orologio da polso che portava sempre al braccio. Erano già le quattro, era già in ritardo per il suo appuntamento.
Salutò il padre e corse dritto in macchina, fece la sua solita sgommata di partenza e partì.
Ma arrivato al bar non c’era nessuno, per fortuna. Sapeva quanto quei due fossero meticolosi in fatto di orari.
“una birra e tre bicchieri…”
Seduto al tavolino esterno e fumandosi la sua sigaretta aspettava in solitudine assoluta. Girò lo sguardo verso il locale.
Non era un locale per Leo e gli altri, era un centro di ritrovo. Era l’unico locale che andava bene nel suo paese, in quanto si trovava al centro dalla cittadina.
I tavoli erano tutti di plastica rossa e targati Peroni, come le sedie. Il telone che faceva da riparo dal sole nel periodo estivo era stato tolto, visto che ormai era settembre e l’autunno era già inoltrato. Di fronte a Leo c’era un viale pieno di aceri e le foglie, che ormai erano secche, cadevano ricoprendo anche le panchine, creando un paesaggio di dolce silenzio. Ma altro attirava l’attenzione di Leo.
C’era una casa al lato del viale, una casa modesta ma al tempo stesso discreta e viva. Sul balcone c’era una ragazza che accudiva i suoi fiori. Aveva la pelle chiara e i capelli neri. Era indaffarata nelle sue cose ed era tutta sporca di terra ma a Leo diede una sensazione strana, come se quella ragazza fosse venuta da un altro pianeta, aveva un qualcosa di inumano ma allo stesso tempo dolce…
Gli sembrò che quella ragazza fosse un angelo caduto dal cielo.
Aveva una precisione assoluta e la passione che metteva nelle sue piante dava l’impressione che fosse nata solo per accudirle, aveva delle mani fini e gentili con le quali accarezzava i petali delle sue rose.
Leo rimase colpito. Doveva conoscerla.
Lei, forse sentendosi osservata, si girò di scatto verso di lui. Aveva uno sguardo intenso e profondo, e gli occhi verdi come le foglie delle sue rose.
Si scambiarono un occhiata.
Leo per la prima volta si sentì in difetto, non riuscì a tenere lo sguardo e lo abbassò girandosi di lato
“che ca**o sto facendo…” si disse
Era la prima volta che gli capitava. Tutti lo conoscevano per i suo sguardo tagliente e sprezzante di ogni pericolo, come se la sua anima fosse vuota all’interno, e molto spesso chi guardava si allontanava da lui, impaurito e spaventato.
Ma quella volta era diverso, anche se non si riusciva a capacitare di cosa gli avesse fatto.
“la birra… tieni Leo”
“grazie”
Leo prese la sua bottiglia ed incominciò a riempire i tre boccali. Nemmeno il tempo di riempire l’ultimo quando sentì il rombo dei due scooter di Franco e Ciccio. Non avevano ancora preso la patente, avendo ancora diciassette anni.
Franco aveva un Mbk Nitro di colore nero con cerchi e particolari verde fluo, Ciccio aveva un Aprilia Sr del 2006 di colore blu con i particolari rosso acceso. Li avevano modificati fino all’osso ed erano due scooter da pista che potevano partecipare, per la loro elaborazione, a qualsiasi torneo di 70cc. Il primo preferì la polini il secondo la malossi.. ogni volta che passavano impennando in coppia facevano un rumore che faceva tremare la terra sotto i piedi e tutti i ragazzi che li guardavano sbavavano come dei sambernardo. I due scooter erano stati rubati “in giro”, come amavano dire loro. Ma nessuno sapeva davvero dove li avessero presi, ma infondo non interessava nemmeno.
“vedi, sentono odore di alcool e si precipitano…” sogghignò Leo
“beh siamo sempre cani cinofili noi … lo sai” rispose Ciccio
“vabbè ma ora parliamo d’affari… hai portato tutto?”
“si, c’ho tutto lì” disse Franco indicando lo scooter “dopo andiamo nella Casa e dividiamo”
Franco aveva una casa lasciatagli dalla nonna dopo che è partita per la Svizzera, per andare a vivere con i figli, visto che aveva quasi diciotto anni e che era autonomo. Viveva da solo in quella casa e molte volte la usavano come deposito dove tenere la roba prima di tagliarla e “smaniciarla”, come dicevano loro.
“ok Franco… ci andiamo tra un po’…”
“che hai Leo? Di solito ti precipiti quando ci sono affari del genere…”
I due si accorsero che stava fissando quella ragazza sul balcone…
“cristo Leo… non ci pensare nemmeno” sbottò Ciccio “quella è la sorella minore di Giovanni”
“Giovanni?”
“Giovanni Cristiano”
Al pronunciare del nome Leo aprì di colpo gli occhi, come se qualcuno gli avesse dato una mazzata sulla nuca. Ma poi si riprese subito.
“devo conoscerla comunque… non mi interessa…”
“non ci pensare nemmeno, è per il tuo bene… adesso andiamocene da qui…”
Ciccio picchiò sul tavolo il suo boccale.
“ok dai… vedremo un'altra volta”
Presero le loro cose e se ne andarono, ma Leo sapeva che non poteva finire così…
Aveva fisso ancora negli occhi quello sguardo, quel verde… si sentì perso nella bellezza di quella ragazza…
No non doveva finire così…
il secondo capitolo...
com'è?
comunque potete chiamarmi come volete
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anche Leo se vuoi (anche se il mio nome è Michele...
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