In questi giorni mi si rivolta in mente un'idea: una sorta di rielaborazione di Medea, la tragedia di Euripide.
Alla ricerca di commenti di altre persone del mondo della cultura o della scrittura, sono approdato su questo forum.
Vi saluto e vi propongo il pezzo centrale del monologo della donna. La chiave dovrebbe essere moderna, ma non è importante in questo pezzo.
Non essendomi mai cimentato in questo genere di cose, voglio sapere i sentimenti se sono quelli giusti per toccare una tragedia, cosa inspira a chi la legge.
Se non conoscete la storia di Medea, ditemi che ve la illustro in breve.
Leggete, commentate e soprattutto criticate.
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Medea.
È tradimento quello. Egli non è ciò che io voglio. Non lo è mai stato, camuffato dall'ordalia pazza di miei sentimenti d'amore, bisognosi di trovare, nel cuore altrui, quello che può esserci solo nel mio.
Oh io so! Qualcuno dirà in futuro, forse, che egli non ha colpa, perché a leggere sono stata io, la pazza.
Ma è tradimento questo, ed io, frantumata internamente dalla forza dei miei stessi mali, non posso fuggire il dolore e l'odio che m'assalgono.
Oh... perché? Perché io soffro così? Io l'ho amato! Perché egli, incosapevolmente, non potè essere ciò che io volevo che lui fosse?
Oh... io soffro. La mia sofferenza è figlia del suo amore, perché quanto più egli m'ama, tanto più io soffro, giorno dopo giorno, in ogni frattura che il singolo istante procura al tempo.
Io lo colpivo forte, io scalciavo, come una puledra imbestialita, eppure egli non s'allontanava, non mi lasciava, non mi rendeva libera dalla sua prigionia insensata.
Prigione, quella dannata prigione! E pure le mura della mia stanza, con scricchiolare sinistro ed agghiacciante alle mie orecchie, parevano chiudersi su di me, quando io sentivo la sua voce. La sua voce maledetta, sprizzante di quel sentimento che punge i cuori dei pazzi e dei poeti. La sua risata, ancora ora, maledetta anch'essa, mi rimbomba nell'orecchie, scavando nel mio sangue raggrumato, perforando le vene, infuocandole d'inferno.
No.
Io non resisto a questo dolore. Io non riesco ancora a subire il metallo che penetra nella mia carne nuda ed indifesa, non riesco a non fuggire.
Oh... la sua voce che mi porta piacere, l'odore del mio stesso sesso, quando sento la sua voce, sono catene ben più forti di quelle che legavano Prometeo alla sua roccia, mentre il pennuto gli divorava ragione e fegato. Eppur qualcuno venne a salvare il titano, ed io muoio, lasciata sola da tutti.
Oh! La sua è malvagità, egli mi odia, egli lascia che io muoia sola... e che allora muoia egli, perché il saperlo morto sicuramente mi scarcererà. La sua morte sarebbe sicuramente la chiave della mia prigionia.
Ma io soffro, ed egli continua ad amarmi, nel mio dolore, cercando di sollevarmene, senza capire che con il suo peso io sprofondo più velocemente, dinanzi l'abisso.
Soffra, soffra, soffra.
Soffra egli.
Cos'è che egli tiene caro? Non ha figli, non ha altro che me... soffra, soffra, soffra.
Ora capisco... ora. Ora so. So quale è la chiave della mia fredda galera, la stessa capace di spalancare i cancelli della sua sofferenza. Non ucciderò altri che me, ed io sarò salva, e lui sarà perduto.
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G.