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Autore Topic: Un natale d'altri tempi  (Letto 2665 volte)

Offline brezza

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Un natale d'altri tempi
« il: 21 Dicembre 2009, 20:03:49 pm »
Il presepe

     Nella nostra famiglia la “cosa” assumeva un aspetto di rigoroso impegno.  L’otto dicembre, festa dell’Immacolata, era per noi la data di “inizio lavori”.  Papà scendeva in cantina e, facendosi quei benedetti quattro piani di quella benedetta scala infinita, trasportava in casa le assi che, montate su cavalletti alti un metro circa, servivano come base per l’ambientazione.
     Per le dimensioni non erano concessi sconti, occupavano tre quarti dell’ entrata padronale, di quelle cioè dove ricevevi gli ospiti sulla porta d’ingresso e ti pareva di essere già accomodato in salotto.    Noi, cinque rampolli dall’aria festaiola, lo aspettavamo sul pianerottolo per aiutarlo. Prima avventura, ma “l’Avvento” in questo caso non c’entrava, era la logistica del posizionamento delle assi di legno e dei piccoli interventi di carpenteria.    Nostra madre, tutti gli anni assisteva preoccupata al roteare di quelle lunghe tavole, soffrendo ogni qual volta esse sfioravano la tappezzeria da lei amorevolmente scelta.     Finita questa prima faticata ci si allontanava dall’impianto per il cosiddetto “colpo d’occhio”.   Le scenografie di fondo erano realizzate con vari materiali procurati doviziosamente durante la stagione estiva.      Ogni anno infatti, pensavamo a qualcosa di nuovo, di più impegnativo, di più rappresentativo e la ricerca era molto critica fornendo spunti per notevoli discussioni.   Papà cominciava col passare in rassegna varie epoche storiche, quando  il presepe aveva una sua connotazione, ma alla fine si ripiegava sempre sulla classicità cambiando soltanto i fondali.    Iniziava allora la stesura del cablaggio elettrico: capitolo complesso e articolato anche  dalla preparazione delle statuine di gesso, quelle dei pastori con la lanterna.
Non ci si poteva accontentare certamente di quelle lanternine di gesso, e poi… spente!
 E allora, perché no… con una pazienza da certosino e per portarsi avanti con i lavori, nostro padre nelle lunghe serate autunnali, cominciava a scavare in quelle piccole lanternine una per una, con la massima delicatezza perché non si scheggiassero. Quindi inseriva in ciascuna di esse una piccolissima lampadina, tutte di colore diverso, nascondendone i fili sul retro.   Nelle casette non doveva comparire traccia di fili o luci, da qualsiasi parte le si guardasse.   Nelle statuine degli artigiani, dal fabbro al mugnaio piuttosto che al vasaio  erano nascosti piccoli congegni che facevano muovere le braccia o le gambe o il proprio attrezzo di lavoro.     Una cura particolare veniva posta nell’illuminare i corsi d’acqua.     Noi avevamo notato nei presepi d’altre persone che ove era messa l’acqua, a parte le complicazioni del caso, essa non dava il senso del movimento, non si riusciva a dare l’impressione delle gocce che battevano contro le rocce o il movimento rutilante delle acque in un torrente.    Avevamo così escogitato un sistema che rendesse quegli effetti complice un sapiente posizionamento delle luci.     Durante le festività pasquali facevamo incetta dei rivestimenti in “stagnola” delle uova, che non erano mai lisci e tramite un certo posizionamento e lavorazione d’arricciatura supplivamo in modo egregio a questi difetti.     Per fare tutto ciò data la grandezza della rappresentazione mio padre saliva su quell’impiantito per collocare tutte queste cose e quella birba di mio fratello si divertiva a mettere qualche puntina da disegno con le quali si fissavano i fili dell’impianto elettrico in posizione strategica sul percorso dei piedi di lui che ovviamente sobbalzava e dei “cristiandoru faus” uscivano arrabbiatissimi dalle sue labbra verso l’impudente mentre noi assistenti ai lavori ridevamo.      Mia madre menava allora scappelloti verso il “malnato” reprimendo a stento le risate.    Il “Maciafer” veniva posto sui lati per simulare i rilievi montuosi e piccole valli i cui crinali venivano rivolti verso lo spettatore.    Al fondo di loro si facevano scendere le cascate che proseguivano con le loro acque verso un lato del presepe.    I loro torrenti venivano scavalcati da ponti in muratura su cui transitavano le greggi con il pastore che ne incitava il cammino.     Occorre dire che la scelta dei personaggi era cosa a parte e meritava tutto l’impegno artistico dei vari componenti della famiglia.    In particolare i nostri genitori facevano ogni anno il giro dei negozi che esponevano in vetrina i nuovi personaggi del presepe e con buon gusto sceglievano quelli più particolari e scenografici poi al ritorno a casa li scartavano con cura , li posavano sul tavolo per vedere che effetto facevano sulla prole.    Nel loro piccolo erano delle piccole opere d’arte, ed era nostra cura porre molta attenzione nelle espressioni dei visi nelle varie posture dei personaggi, nei colori con i quali erano vivificati.     Non ci facevamo fretta nel suo compimento, anzi, ogni sera si studiava attentamente l’impianto scenografico e si modificava quando qualcosa stonava nel suo insieme.      Dopo una decina di giorni l’opera volgeva al suo termine e l’ultima fatica veniva riservata alla composizione della capanna.    Il materiale che usavamo si prestava in modo eccellente alla sua realizzazione e l’effetto risultava particolarmente vero e suggestivo e le luci di diversi colori per simulare la fioca luce delle lampade  e il fascio di luce che proveniva dall’alto verso il cesto che avrebbe dovuto contenere il “Creatore” davano il tocco finale a quella rappresentazione.    Si addobbava quindi il davanti con un telo damascato per nascondere il vano sottostante e tutto l’impianto elettrico.    Una particolare cura si poneva alla realizzazione del “potenziometro” che serviva a dosare le luci delle lampadine.   Questo strumento elettrico si poteva trovare nei negozi specializzati ma dato il costo elevato papà aveva deciso di costruirlo in modo artigianale per cui io mi proponevo di costruire il solenoide che era “l’anima” dello stesso.   Con somma cura avvolgevo il filo a spirale sul rocchetto cilindrico che fungeva da supporto ponendo attenzione alle spaziature fra filo e filo in modo che fossero tutte rigorosamente uguali  e che il filo stesso fosse ben teso onde non si muovesse durante lo scorrimento del cursore su di esso.   Finalmente lo si poteva ammirare nella sua completezza e accesi gli interruttori cominciava a svolgersi la successione del giorno e della notte con la simulazione delle albe e dei tramonti, l’accensione delle stelle  e sulla terra lo svolgimento delle mansioni quotidiane dell’umanità completate dal cammino dei pastori verso la capanna.     La famiglia era così riunita nello spirito della festa più bella che l’umanità ricordi nella sua millenaria storia,…la festa del “Dono”.

Offline kant.51

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Re: Un natale d'altri tempi
« Risposta #1 il: 21 Dicembre 2009, 22:49:55 pm »
Un bel quadro...e non pensarlo poi così "d'altri tempi"...magari cambia qualche particolare, ma la magia di creare il presepe e il suo mondo assieme alla famiglia è un rito senza tempo.... :-X
cKappa ^*°^*°^*°^*°^*°^*°^*°^*° Sì che ti voglio bene, bene davvero...