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Autore Topic: L'UOMO ALLA FINESTRA - sesta parte  (Letto 1309 volte)

Offline deco

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L'UOMO ALLA FINESTRA - sesta parte
« il: 26 Febbraio 2010, 16:58:02 pm »
Di nuovo davanti a quello specchio. Indolenti si fissavano. Immobili. Occhi impigliati.
Scosse la testa. Era giunto il momento. La notte. Paventata e inevitabile notte.
Si fermò sulla soglia della stanza da letto. Guardò il materasso, le lenzuola. Quando si è insonni si finisce inevitabilmente per odiare la camera da letto. Il solo pensiero lo faceva sprofondare in depressione. Ore interminabili senza riuscire a dare una pausa alla mente.
La follia è senza alcun dubbio un processo ineludibile.
Si fece coraggio e, dopo essersi spogliato, si poggiò sul letto. Si infoderò nelle coperte, ma niente.
L’insonnia lo stava logorando. Ore passate con gli occhi spalancati sul buio. Sentiva il bisogno di dormire almeno per qualche ora. Ma anche per quella notte non c’erano speranze. Scese dal letto. Quella scena la conosceva alla perfezione. Piedi che rientravano nelle pantofole, passi dolorosi verso la biblioteca, schegge di luce che penetravano negli occhi come spilli. E poi lo sguardo lasciato scorrere lungo le file di libri che aspettavano d’essere letti. Amava ogni genere di narrativa. I romanzi erano stati la sua prima scuola, e, ora che era insonne, rappresentavano l’unica scialuppa. Voleva qualcosa che lo portasse su un altro mondo, totalmente diverso dal suo. Così scelse una storia di Terry Brooks e si posizionò su quella poltrona che amava tanto. Inforcò gli occhiali e passò una mano sula copertina. Il rituale era immancabile. Poi aprì il libro e cominciò a divorare pagine su pagine.
Verso le tre andò in cucina. Fece scorrere un po’ d’acqua e ne bevve un bicchiere ad ampie sorsate. Ricalcando i suoi passi si accorse che nel salone la luce era rimasta accesa. Varcò l’arco damascato e spinse sull’interruttore lasciando la stanza divorata dal buio. E il buio adesso avvolgeva anche lui mentre tornava indietro a passo lento. Passando di fronte allo studio si fermò di scatto. Rimase qualche istante lunghissimo a fissare la porta chiusa. Esitò. Poi mosse verso di essa, allungò la mano e fece per aprirla. Una strana sensazione di ansia gli causò un incontrollabile batticuore. Non c’era nessuno. Gli occhi. Tutto frutto dell’immaginazione. La sua fantasia gli aveva consentito di diventare uno degli scrittori più acclamati di tutta la penisola iberica, e adesso gli stava giocando invece un brutto tiro. La prima cosa che fece, irrequieto, fu quella di schiacciare l’interruttore della luce. E immediatamente il lampadario di cristallo eruttò una luce giallastra, riempiendo la stanza. Tutto era in perfetto ordine come al solito. La scrivania di legno massello pregiato alla sua sinistra, coperta in parte da fascicoli di copie, ordinatamente sistemate. La comoda poltrona incastrata dietro la scrivania, i due divani accanto alla finestra che era rimasta aperta.
Si avvicinò per chiuderla ma appena arrivò vicino al vetro rimase come di pietra.
Oltre al solito stretto cortile sottostante e a quel palazzo identico al suo che gli inibiva l’orizzonte, c’era qualcosa alla finestra. La luce accesa contribuiva a mostrare quella figura evanescente come il proprio riflesso. Per un attimo si tranquillizzò e sorrise della sua ingenua paura. Ma quando si spostò, continuando a fissare la finestra di fronte, si accorse, restando agghiacciato, che l’immagine nel vetro non si era spostata. Continuava a stare lì, come priva di espressione del volto, sbiadito dal contrasto luce buio delle due stanze. Andrès sgranò gli occhi per capire se di realtà si trattasse oppure di sogno o al limite di follia. Ma l’uomo era lì, dietro la finestra. Immaginò un ghigno sadico sul suo volto e forse contribuirono non poco gli ultimi quindici anni passati a scrivere storie dell’orrore.
Si voltò a fissare il balcone in comune tra le due finestre e pensò quanto sarebbe stato facile per chiunque arrivare da una casa all’altra. Lo prese il panico e quando si rivoltò per controllare la strana presenza vide soltanto il proprio riflesso attraverso i vetri.
La solitudine faceva brutti scherzi.
Ma l’ansia non si dissolse. Anzi. Chiuse prepotentemente le persiane interne impedendo ogni visuale, e rimase per qualche istante senza inizio e senza fine con la testa appoggiata al legno fragile.

« Ultima modifica: 26 Febbraio 2010, 17:03:46 pm da deco »