Era un freddo pomeriggio autunnale: la temperatura era scesa di molto rispetto alla media stagionale e le piogge torrenziali non davano nessuna tregua. Ferma nel traffico congestionato di Brescia, Beatrice guardava le foglie colorate che, staccandosi dai rami, turbinavano un poco nel cielo grigio, mosse dal vento, per poi cadere al suolo sotto il peso dell’acqua che assorbivano come spugne. Spesso, mentre passava del tempo infinito in macchina aspettando di trovare un semaforo verde, Beatrice osservava il paesaggio che si apriva fuori dai finestrini: per quanto Brescia fosse diventata, negli ultimi anni, una città molto caotica, conservava sempre le sue bellezze. Non raramente, finito il lavoro, allungava il tragitto verso casa passando per via Turati, un largo viale alberato, sovrastato da un lato dal monte Maddalena che in questa stagione si riempiva di colori, e dall’altro dal Castello, dove aveva conosciuto Giovanni, suo marito. Quel giorno però, Beatrice guardava distrattamente le foglie, mentre pensava a sua sorella Aurora. Era appena stata a trovarla e vederla nelle condizioni in cui giaceva le aveva stretto il cuore. Quando aveva 16 anni Aurora era stata rinchiusa in un centro di riabilitazione psichiatrica, più comunemente chiamato, da chi non sa cosa significhi avere un parente in quello stato, manicomio. In 14 anni non le avevano mai permesso di mettere un piede fuori dal cancellino, nemmeno se accompagnata. Nel mini appartamento in cui viveva non c’erano coltelli, né forbici e nemmeno il gas. Se doveva fare la doccia due infermiere restavano lì con lei: era controllata ventiquattrore su ventiquattro. Ormai Aurora non parlava più, stava tutto il giorno sdraiata nel suo letto a fissare il soffitto. Quando quella sera Beatrice era entrata nella sua stanza aveva immaginato che dopo tanto tempo senza vedersi, sua sorella si sarebbe miracolosamente alzata e l’avrebbe accolta con un lungo abbraccio; ma non era stato così: Aurora non si era mossa e non aveva parlato per tutta l’ora che Beatrice era stata lì. L’aveva semplicemente guardata per un momento che a Beatrice parve un secolo: gli occhi azzurri di Aurora si erano posati sul viso della sorella, ma in essi non c’era nessuna espressione, non c’era stato alcun guizzo, nessuna scintilla. E ora, ferma nel traffico delle 18, Beatrice pensava: sua sorella era entrata in quella struttura quando lei aveva solo 10 anni e poco dopo che suo padre era morto, di suicidio avevano detto, ma lei non ci aveva mai creduto. Il giorno prima della sua scomparsa l’aveva visto discutere con un giovane uomo: non sapeva per quale motivo litigassero, ma quel ragazzo aveva minacciato suo padre. E poi.. e poi c’erano quei ricordi che giacevano sepolti nella sua memoria, ma che lei non riusciva a far riemergere. Sapeva che c’erano, ma non sapeva di che tipo fossero. Era come essere al cinema, senza sapere esattamente la trama del film, e non vederne alcune parti: sai che ci sono, ma non sai che cosa rappresentino. In un certo senso quei ricordi avevano lasciato una traccia nella sua testa, quindi lei era consapevole della loro esistenza, ma non riusciva a vederli. Assorta nei suoi pensieri non si era resa conto che la fila di macchina aveva cominciato a procedere. L’autista della vettura dietro di lei suonò il clacson così a lungo che Beatrice pensò che la sua mano si fosse incollata al volante. Procedette un poco, per poi fermarsi nuovamente e riemergersi nuovamente nei suoi pensieri: si chiedeva perché nessuno le avesse mai dato spiegazioni, nemmeno sua madre. Per quanto l’avesse implorata di aiutarla a portare fuori quelle memorie sua madre le aveva detto di no: “Per il tuo bene”, si era giustificata. Poi Beatrice aveva conosciuto Giovanni, un ragazzo di Varese che studiava ingegneria a Brescia e lavorava allo Chalet, il bar del Castello. Beatrice trovava ogni sorta di scusa per andare là tutti i sabati sera, con le sue amiche, finché lui non aveva finito per notarla e le aveva chiesto un appuntamento. Con il fidanzamento e il matrimonio Beatrice sembrava aver scordato tutto: sua sorella, la morte di suo padre, i diverbi con sua madre.. Ma ora tutto ciò tornava indietro in modo violento, abbattendosi su di lei e buttandola in uno stato di depressione totale. In un attimo, mentre tornava a casa aveva deciso di fare un’ inversione di marcia non consentita e aveva preso la strada che portava alla tangenziale, diretta a Maclodio, un paese della Bassa Bresciana, terra di nebbie ed umidità. In quella stagione la fitta nebbia conferiva al paese, di per sè sconosciuto alla maggior parte delle persone, un aspetto spettrale. Beatrice, però, non la pensava così. In quel paese c’era nata e cresciuta. Arrivata alla fattoria della madre, aveva parcheggiato sotto il porticato, accanto alla Peugeot grigia del patrigno. Non appena era scesa dalla macchina, fu assalita da Thor e Jackie, una coppia di pastori tedeschi che sua madre aveva acquistato quando erano ancora cuccioli quattro anni prima. Beatrice era entrata in casa dove era stata accolta dall’invitante profumo di spezzatino di pollo nostrano. Poco dopo dalla scala che portava alle camere aveva fatto capolino sua madre.
“È questo il modo di entrare nelle case altrui? Non si bussa più?”, l’aveva rimproverata scherzosamente la madre, una donna sulla sessantina che, a giudicare dalle rughe del viso, aveva passato davvero tanti momenti spiacevoli.
“Ho bisogno di parlarti, mamma”, le aveva risposto frettolosa Beatrice. “È urgente.”
La donna aveva fatto segno alla figlia di sedersi, accomodandosi a sua volta sul grande divano nero, raggiunta immediatamente dai cani.
“Dimmi tutto, cosa è successo?”
“Sono stata a trovare Aurora”, aveva iniziato Beatrice. La voce le tremava, aveva la gola secca e si sentiva gocce di sudore bagnarle la fronte. Succedeva sempre quando parlava di sua sorella. “Era.. Era da tanto che non andavo.”
La fronte della madre si era corrugata in un espressione che forse voleva manifestare la sua sorpresa per quella conversazione così improvvisa, ma che Beatrice aveva colto come un segno di rimprovero.
“Io.. ho bisogno di sapere, mamma. Nessuno mi ha mai raccontato nulla, perché Aurora è la dentro, perché papà è morto, cosa sono i ricordi che mi tormentano.”
“Perché tuo padre è morto lo sai e..”
Beatrice non le aveva dato il tempo di finire la frase:
“Basta bugie, mamma. Non sono più una bambina. Sono una donna adulta ormai, ricordo perfettamente quello che ho visto e sentito il giorno prima che papà morisse. Ho bisogno di risposte mamma e se non sarai tu a darmele, vorrà dire che dovrò trovarmele da sola.”
Dopo un attimo di imbarazzante silenzio la madre si era alzata:
“Comincia a cercarle allora, perché dalla mia bocca non caverai una sola sillaba!”
Quella risposta aveva lasciato Beatrice sconvolta e sconcertata. Mentre la guardava allibita e si alzava dalla poltrona le era squillato il cellulare.
“Pronto?”
“Salve, sono l’’insegnante di suo figlio. La chiamo perché l’orario di chiusura dell’asilo è passato e il bambino è spaventato perché non l’ha vista arrivare.”
“Oh, Cristo! Mi perdoni! Ho avuto una giornata pesante e ho dimenticato che stasera dovevo passare io a prenderlo! Arrivo subito. Traffico permettendo, entro 10 minuti sono lì.”
Dopo aver riattaccato Beatrice si era voltata verso la madre, che impaziente le aveva aperto la porta invitandola silenziosamente ad andarsene. Ed ora si ritrovava immersa nel traffico, mentre Thomas, il suo bambino, stava sicuramente piangendo disperato all’asilo.
Arrivata a casa dopo essere andata a prendere il bambino, con quasi due ore di ritardo, si ritrovò il marito sulla porta che batteva nervoso il piede per terra e picchettava coll’indice sull’orologio, come per far notare a sua moglie il forte ritardo.
“Ti ho chiamata Dio solo sa quante volte sul cellulare! Perché non mi hai mai risposto?”, domandò sospettoso Giovanni.
“Ero impegnata.”
“A far cosa?”
Beatrice si voltò di scatto. Aveva gli occhi iniettati di rabbia ed era chiaramente sull’orlo delle lacrime:
“Sono stata da mia sorella, va bene? E se ti interessa saperlo anche da mia madre! Contento ora?”
Detto questo si girò nuovamente dall’altra parte per non far vedere al marito che piangeva. Poi, rassegnata, lasciò cadere sul letto i vestiti fradici che aveva in mano e guardando in faccia suo marito, si scusò:
“Scusami, non sono arrabbiata con te. È solo che.. non capisco perché mia mamma si comporti così. Stasera mi ha addirittura buttata fuori di casa. Mia sorella sta tornando ad occupare tutti i miei pensieri. Oggi ho sperato di vederla.. cambiata, e non è stato così. Sembra peggiorata e.. e io non so cosa fare. Il fatto che la mia testa sia piena solo delle immagini di Aurora, tanto da farmi dimenticare che dovevo passare a prendere Thomas, mi fa pensare che in un qualche modo mia sorella mi stia chiedendo di non arrendermi, di continuare a cercare le risposte e tirarla fuori da quello stato. Ma più ci penso, più mi sembra assurdo. Non so cosa fare, Amore!”
“Tanto per cominciare, cerca di calmarti: siediti e respira profondamente. Così, brava. Ora guardami: sdraiati e riposati. Io intanto preparo una bella cena, ok?”
Beatrice annuì silenziosamente mentre poggiava piano la testa sul cuscino.
“Ti amo!”, le sussurrò Giovanni mentre si chinava per baciarla.
La sera dopo Beatrice tornò dalla sorella. Non sapeva per quale motivo, ma stare con Aurora la faceva sentire in pace. Non si aspettava di trovare qualche indizio che la conducesse alla verità su sua sorella, ma forse con un po’ d’incoraggiamento avrebbe potuto convincerla a ricominciare a parlare, a raccontarle ciò che lei aveva rimosso. Quel pomeriggio, però Beatrice trovò da sua sorella, molti più indizi di quanti si aspettasse. Entrando nella stanza della sorella vide che seduto accanto al letto c’era un uomo: nella penombra, dando le spalle alla porta, sembrava il patrigno delle ragazze; ma quando si voltò, il primo istinto di Beatrice fu quello di assalirlo. Colta da una rabbia improvvisa e incontrollabile, Beatrice si avventò sull’uomo, il quale, prontamente, la afferrò delicatamente e al tempo stesso saldamente, per i polsi, impedendole di tirare pugni. Tentando di difendersi Beatrice cercò allora di tirargli calci, ma fu bloccata dalla voce flebile di sua sorella:
“Fermati, Bea. Lui è un amico!”
Perplessa, Beatrice si bloccò: rimase immobile a fissare la sorella, che si era messa debolmente a sedere sul letto e cercava di alzarsi. Quando le si avvicinò Beatrice sentì un brivido di freddo percorrerle tutta la schiena.
“Non ci farà del male, Bea, stai tranquilla.”
Aurora si avvicinò alla sorella e con fare materno la abbracciò, carezzandole i capelli e raccomandandole di calmarsi. Quando Aurora sciolse l’abbraccio e l’uomo le lasciò i polsi, Beatrice indietreggiò fino a sbattere contro la parete. Il suo sguardo correva dalla sorella all’uomo. Improvvisamente si voltò verso l’uomo, fissandolo, dopodiché tornò a guardare incredula Aurora, finché la sua rabbia scoppiò nuovamente, questa volta a parole:
“Aurora, è lui. È lui l’uomo di cui ti parlavo, quello che discuteva con papà prima che morisse, quello che lo ha minacciato!”
Beatrice si sentiva in trappola: la pace che aveva provato il giorno prima stando in quella stanza era svanita. Ora anche sua sorella le incuteva timore.
“Bea, ti ho detto di stare calma. So che è lui l’uomo che hai visto minacciare papà, ma non è stato lui a fargli del male.”
“Allora anche tu pensi che non si sia suicidato!”
“Non lo penso perché so per certo che è stato ucciso. E so anche da chi.”
Aurora aveva dovuto tornare a sedersi: debole com’era si era sentita la pressione crollare mentre pronunciava queste parole.
“Chi.. chi è stato?”, chiese Beatrice staccandosi dal muro e avvicinandosi alla sorella. Aveva perso ogni interesse per lo sconosciuto.
“Ci sono tante cose che dove spiegarti prima”, rispose sempre più debolmente la sorella.
“No!”, urlò Beatrice. “Prima mi dici chi è stato!”
Aurora sospirò rassegnata:
“D’accordo, ma calmati. Siediti, ti prego.”
Beatrice, tutt’altro che calma, si sedette accanto alla sorella, mentre l’uomo rimaneva in piedi davanti al letto: si vedeva chiaramente che avrebbe preferito che Aurora se ne stesse zitta e i suoi occhi tradivano il suo nervosismo.
“Sono stata io.. ad ucciderlo”, iniziò Aurora, lasciando sbalordita Beatrice. “Prima di arrabbiarti o andartene lascia che ti spieghi tutto!”
Non sapeva per quale motivo, ma nonostante quello che Aurora le aveva appena detto fosse sconvolgente, sentiva che le credeva e che doveva darle la possibilità di spiegarsi. Forse quell’affermazione era metaforica. Forse sua sorella era convinta di aver fatto qualcosa che avesse portato loro padre al suicidio. Non doveva dimenticare che, in fondo, sua sorella era una persone psicologicamente instabile e gravemente malata dal punto di vista psichiatrico. Forse era stato uno shock del genere, assumersi una colpa non sua, a condurla in quello stato. Decise di ascoltarla e le fece un tacito segno di proseguire.
“Innanzi tutto, lui è Davide”, disse Aurora indicando lo sconosciuto. “Lui è.. beh, sì ecco, è il mio fidanzato.”
Beatrice non sapeva cosa pensare e immaginò di avere assunto un’espressione fuori dal normale, dato che sia Aurora che Davide sorrisero.
“Già, sembra così strana, vero, che una pazza come me abbia un fidanzato. Comunque, dicevo.. Io e Davide stiamo assieme fin da quando io avevo 15 anni.”
“Esatto”, intervenne Davide. “Dopo non molto che eravamo assieme, tua sorella mi raccontò quello che succedeva in casa vostra.”
Beatrice sgranò gli occhi:
“Cosa significa quello che succedeva in casa nostra?”, chiese voltandosi verso la sorella.
“Tu... Tu non ricordi, o per meglio dire non sai. Non hai mai saputo quello che nostro padre mi faceva.”
Beatrice si sentì improvvisamente male. Come un’onda anomala, quei ricordi che avevano lasciato una traccia nella sua mente, tornarono rabbiosi: improvvisamente vide l’immagine nitida di suo padre che si infilava nel letto di Aurora, sua madre che, silenziosamente, piangeva, senza muovere un dito per aiutare sua figlia.
“Credo che tu stia cominciando a capire, vero?”, domandò Davide.
Beatrice lo guardò, sempre più pallida, per poi voltarsi nuovamente verso Aurora, che sedeva immobile sul letto, le lacrime che scorrevano lentamente sulle guance.
“Ho dovuto farlo, Bea. Lui non voleva smetterla! Ho sopportato tutto per 12 anni! Non potevo continuare così.. Io non ce la facevo più.”
“Io.. posso capirlo, ma.. perché non l’hai denunciato invece di sparargli? Non sarebbe stato più semplice?”
“No, non lo sarebbe stato. Se l’avessi denunciato cosa sarebbe successo, Bea? Sarebbe finito in carcere per qualche anno e poi? Quando sarebbe tornato libero cosa avrei fatto? Cosa mi avrebbe fatto ancora?”
Beatrice fissava il pavimento incredula; improvvisamente il mondo le era crollato addosso: suo padre pedofilo, sua sorella assassina.. Cosa avrebbe dovuto scoprire ancora? E sua madre? Perché le aveva tenuto nascosto tutto? Perché non aveva mai voluto dire niente? In base ai suoi ricordi sua madre sapeva degli abusi che il marito perpetrava sulla figlia.
“Aurora.. Nostra madre.. Lei sapeva quello che papà ti faceva?”
“Sì”, sospirò Aurora.
“E.. e non hai mai detto nulla? Non ha mai fatto niente? Com’è possibile?”
“Credo che mamma avesse paura di papà. Una volta, tu eri piccola, avevi forse un paio d’anni, papà è..”, la voce di Aurora si ruppe improvvisamente, come un delicato vaso di vetro che si infrange al suolo. Le parole che uscirono in seguito dalla bocca di Aurora colpirono Beatrice come piccole schegge di quel vaso: l’uomo che aveva sempre stimato e considerato una vittima aveva cominciato ad apparirle come un mostro:
“Papà, quella volta, è entrato come al solito in camera mia, a notte fonda”, disse Aurora riprendendo il racconto tra i singhiozzi e le lacrime. “Mamma lo sentì.. Era stanca di quella situazione e aveva deciso di affrontarlo: entrò anche lei in camera mia e cominciò ad insultarlo, urlandogli di sparire se non voleva essere denunciato. Per tutta risposta lui scese dal mio letto, le si avvicinò e iniziò a picchiarla. La picchiò così tanto che mamma finì all’ospedale e ci rimase per quasi un mese. Quando i medici le chiesero ragione di quelle percosse disse che erano stati i ladri che erano entrati in casa. Da quella volta non fece più nulla, non osò più affrontare nostro padre.”
“È per questo che il giorno prima della morte di vostro padre ero lì a litigare con lui”, si intromise Davide. “Aurora mi aveva raccontato tutto e avevo deciso che era ora di porre fine a quegli abusi! Naturalmente le mie minacce non erano vere, volevo solo intimorirlo: pensavo che vedendo che qualcuno estraneo alla famiglia sapeva il suo segreto, avrebbe preso paura. Invece ottenni solo l’effetto contrario.”
“In che senso?”, domandò Beatrice.
Davide si accucciò ai piedi di Aurora, prendendole la mano:
“Tuo padre decise di vendicarsi, per il fatto che tua sorella mia aveva raccontato tutto. E quella notte tornò nel suo letto. Avevo dato io una pistola a tua sorella: avrebbe dovuto usarla per legittima difesa, nel caso in cui tuo padre le avesse fatto ancora del male. Eravamo convinti che la pistola non le sarebbe più servita, e invece proprio quella notte Aurora dovette usarla.”
“Ma, se è stata legittima difesa, perché ti hanno rinchiusa qui?”
“Perché io l’ho ucciso, e per quanto lui mi abbia fatto del male, non avevo diritto di togliergli la vita. Sono stata giudicata incapace di intendere e di volere, ma dovevo pagare lo stesso la mia colpa.”
Beatrice si alzò di scatto.
“Dove vai?”, le chiese la sorella.
“A parlare con mamma e a tirarti fuori di qui.”
Quando arrivò “nel paese delle nebbie”, Beatrice cominciò a pensare a come introdurre la sua visita, ma quando si ritrovò faccia a faccia con sua mamma, tutto il discorso che si era preparata fu cancellato.
“Ora so tutto mamma!”, iniziò Beatrice. “Aurora mi ha raccontato tutto, assieme a Davide, il suo ragazzo.”
Sua madre scoppiò a piangere:
“Non volevo, non volevo che tuo padre le facesse del male!”
“Beatrice la abbracciò teneramente:
“Non preoccuparti mamma, tra poco sarà tutto finito! Ho intenzione di far uscire Aurora da quel posto. Gli avvocati per cui lavoro sono ottimi e mi daranno sicuramente una mano.”
Sua madre la guardò sconcertata mentre Beatrice usciva dalla porta e metteva in moto la macchina, perdendosi nella nebbia.