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Autore Topic: L'INVITO A CENA  (Letto 3815 volte)

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L'INVITO A CENA
« il: 20 Maggio 2010, 18:41:50 pm »
Alberto portava il conto dall’ultimo bicchiere. Scriveva su un calendario il numero dei giorni di sobrietà e lo teneva sul muro della cucina, senza paura che qualcuno lo vedesse. A casa sua ormai non andava più nessuno.
Era cupo e silenzioso, e l’aspetto da becchino lo rendeva inquietante agli occhi della gente.
Parlava poco, e in pochi volevano parlare con lui. Quell’aria macabra e gli occhi che scrutavano dal basso creavano negli interlocutori una certa ansia. Con quei capelli bianchi così folti sembrava un maestro di musica. Il corpo esile e gli occhi sporgenti dal cranio creavano una figura orripilante. Secondo alcuni era malvagio, ma nessuno aveva mai avuto la prova di una simile ipotesi.
Certo nessuno poteva negare la sua incredibile abilità nel lavoro. Era un assaggiatore e critico di vini. Il più temuto sulla piazza. Non aveva esitato a stroncare etichette che per la maggior parte delle persone erano deliziose. Il vino era la sua vita. E quella che era stata una passione si era trasformata in un mestiere, e il mestiere era diventato un’ossessione, l’ossessione una dipendenza. Adesso era costretto a contare i giorni senza il suo nettare.
Gli sembrava di diventare pazzo e forse ci stava diventando sul serio. Uscì di casa presto.
Certo non poteva immaginare gli eventi che si sarebbero verificati in quella cupa giornata di novembre.

Egidio era seduto in poltrona nel salotto. Stringeva nella mano un bicchiere di whisky e girava e rigirava il liquido ambrato. Il ghiaccio tintinnava sul vetro e Marta lo osservava ipnotizzata.
“ Insomma ti decidi a parlare o no?com’è andata?”, chiese spazientita al marito.
Dopo una lunga pausa lui rispose: “ Ha accettato”.
 “ Ma come diavolo hai fatto?”
“ Non è stata un’impresa da poco. Lo sai quanto è strano mio zio. Quando mi ha visto sotto casa sua si è girato dall’altra parte e ha iniziato a camminare a testa bassa. Gli ho chiesto di aspettare e ha iniziato ad offendere”. Sul suo viso era stampato un sorriso di scherno.
“ E poi come lo hai convinto?”. La moglie si stava incuriosendo.
“ Quando gli ho menzionato la famiglia si è fermato. Gli ho detto che siamo gli unici rimasti e che dovremmo restare uniti. E che anche mio padre vorrebbe vederci vicini. Forse sono stato melenso ma è servito”. Dopo un attimo di pausa in cui si accarezzò la testa glabra aggiunse “ In verità si è convinto quando gli ho detto che la villa è anche un po’ casa sua e che avremmo cenato qui”.
“ Allora forse non è così malvagio come dicono”
Egidio la guardò come si fa con un bambino ingenuo che chiede di come si nasce.
“ No Marta è proprio come dicono. Una volta staccò il collo a un canarino soltanto perché cinguettava forte. Il poveretto ebbe la sfortuna di trovarlo col mal di testa. Era di mio padre. Ci rimase malissimo. Papà lo temeva. Perciò aveva deciso di lasciare a me la villa, anche se zio Alberto ci era cresciuto”.
“ Dio mio che bestia d’uomo”, disse la moglie inorridita portandosi la mano alla bocca.
“ Sono sicuro che abbia accettato perché ha paura di morire da solo così come ha vissuto. Avrà immaginato la scena del suo funerale. Una funzione di cinque minuti, soltanto due parole di un prete frettoloso e poi giù sotto terra. Senza neanche una lacrima. E dire che a guardarlo sembrerebbe già morto da un pezzo”
“ In effetti non è una bella scena un funerale deserto”. Marta sembrava cambiare maschere. Aveva sempre l’espressione più adeguata alle parole del marito. Lui diceva una cosa allegra ed ecco che sorrideva, ne diceva una inquietante e subito indossava la maschera atterrita, per la storia triste diventava il ritratto della malinconia. Dipendeva da lui e lo avrebbe assecondato e seguito ovunque.
Dopo la morte del padre, Egidio aveva ereditato la villa secolare che si affacciava a strapiombo sul mare. Le mura bianche stavano cominciando a rovinarsi a causa della salsedine e delle onde che nei giorni di tempesta si schiantavano sulle rocce sottostanti. Alberi maestosi accompagnavano il vialetto di pietra all’ingresso. Erano così alti e scuri che nelle notti di vento il rumore delle loro fronde creava un’atmosfera spaventosa. Oltre l’alto complesso della villa, che occupava due piani, vi era una piccola costruzione adiacente. Doveva essere stata una stalla per i cavalli, ma negli ultimi decenni era stata adibita a cantina.
Alberto non aveva mai mandato giù di non poter rientrare in possesso della tenuta che era stata della sua famiglia e in cui era cresciuto. Furente aveva deciso di tagliare i rapporti con il nipote da ormai sei mesi.
“ Sì ma lui non morirà da solo”, riprese Egidio, “ noi saremo lì, a piangerlo ed a riempire una chiesa deserta. Non desteremo alcun sospetto per la perdita del caro zietto”
“Alle volte mi fai paura, lo sai?”
“ Alle volte mi faccio paura anche io per quanto sono geniale”
Con grande imbarazzo Marta disse “ Io veramente non sono così sicura della cosa che stiamo per fare. Lo so che se non vogliamo vendere questa casa ci servono soldi. Ma in questo modo…”
“ Noi non uccidiamo nessuno!” proruppe lui, “Sarà lui stesso a decidere di morire. Noi non faremo altro che provocarlo. Vedrai quell’ubriacone non potrà resistere. Non è neanche reato il nostro. Aiuteremo solo un po’ la sorte”
“ D’accordo…” rinunciò subito Marta. Poi si appostò alla finestra, come per nascondere la tensione. Stava per piovere. Le nuvole grigie avevano reso di riflesso il mare di un blu cupo come il piombo. Si stava alzando il vento, piano. In un crescendo, come certe sinfonie.
“ Minaccia tempesta”, disse lui, che aveva abbandonato la poltrona per posizionarsi alle spalle della moglie. Affondò la faccia nei suoi capelli biondo scuro, inspirando. “Da domani potremmo essere ricchi. L’infame ha un conto in banca con molti zeri. Senza contare le due palazzine al centro”. Sembrava eccitarsi al pensiero di quanto avrebbe ereditato.
“ Ma sei sicuro che non abbia fatto testamento?” chiese per l’ennesima volta la moglie.
“ Sì, ne sono sicuro. Tranquillizzati è tutto perfetto. Cerchiamo solo di presentarci eleganti, come se fosse una grande occasione”.
Lei sospirò. Gli occhi tristi scrutavano le prime gocce di pioggia che cadevano su quello sperone roccioso. “ Su, abbiamo da fare adesso. Prima che inizi a piovere sul serio”.
La prese per il polso e la portò fuori, lungo il vialetto.

Passarono tutto il pomeriggio a rimuovere alcune assi di sostegno dalle recinzioni della strada. Quando era ormai buio da un’ora il più era fatto.
“ Come fai a sapere che cadrà sugli scogli?”
“ Perché lo conosco. Già una volta uscì di strada da ubriaco. E’ stata l’ultima volta che ha bevuto. Si salvò solo perché la strada era buona e il guardrail bloccò la macchina. Ma questo qui ha più di mezzo secolo, è di legno. Con tutta la pioggia che ha preso è marcio. Guarda qui”, disse facendo traballare un’asse di legno, “a stento si regge in piedi. Figuriamoci con l’urto di un’automobile guidata da un ubriaco”. E poi aggiunse: “ Se riusciamo a farlo bere è spacciato”
“ Ma sei sicuro che quella sola bottiglia basterà?”, disse Marta con la voce rotta dallo sforzo di tirar via l’ultimo sostegno di legno.
“ Sì, te l’ho spiegato una dozzina di volte. Quello è un vino particolare. E’ raro. Per uno come lui sarà come trovare il Santo Graal per un crociato”.
Marta non rise. Si limitò a scrollare le spalle come per liberare la coscienza. Il denaro avrebbe pulito tutto.

La sera arrivò. L’auto di Alberto percorse il tortuoso vialetto della tenuta. Da lì si vedeva il mare. Il suo mare. Le onde intervallavano la pioggia sugli scogli sotto la villa, infrangendosi con un sordo fragore. Il vento aveva preso velocità e fischiava furibondo tra gli alberi carichi d’acqua. Le gocce sbattevano sul parabrezza della sua auto, tanto che il tergicristallo aveva difficoltà a liberare la visuale. I fari riuscivano ad illuminare solo il fazzoletto di strada davanti e null’altro. Il resto era avvolto dalle tenebre e acceso a tratti soltanto dai lampi continui che incendiavano il cielo. Fermò la vecchia auto davanti al patio della casa. La sua casa.
L’impermeabile nero e il cappello a tesa larga lo protessero dalla pioggia fino agli scalini.
Si appoggiò un istante alla colonna e guardò in alto. Salì l’ultimo gradino e bussò col pugno chiuso alla porta di legno. Con lentezza.
Dall’interno si udirono bisbigli e passi frettolosi. Dopo un minuto che parve eterno, la porta si aprì. Sull’uscio si stagliava la figura di Marta, la moglie di suo nipote Egidio. Occhi come il mare in quel momento, blu intenso e triste, passivo di fronte al tormento della pioggia. Indossava un abito da sera dello stesso colore, sobrio nella sua lunghezza ma generoso nella scollatura. I bei capelli biondo scuro erano legati, lasciando cadere solo pochi riccioli lungo il collo. Rimase qualche istante interdetta, guardandolo come gli accadeva sempre con le donne. Poi riuscì a dire: “ Accomodati zio ti prego. Dammi l’impermeabile che è tutto bagnato”. Raccolse giacca e cappello e chiuse la porta. Quando si voltò, Alberto notò che la scollatura era ancor più generosa alle spalle lungo la schiena. Non c’era niente da dire. Il nipote era un vero demente, ma di buon gusto. Se non altro possedeva due tra le cose più desiderabili per lui. Quella donna e la sua casa.
Andò a sedersi alla lunga tavola della stanza da pranzo. Era maestosa. Il tavolo era dell’800 e suo padre lo trattava come uno di famiglia. Il lungo lampadario costellato di minuscole lampadine illuminava in modo soffice l’intero ambiente, creando un’aria tetra in cui Alberto pareva trovarsi a proprio agio.
Poi dalla porta della cucina uscì lui. Egidio. Andatura spavalda di chi non ha timori. Camminava con le gambe un po’ larghe, con quell’incedere sicuro tipico di chi ha poco cervello. Un lieve filo di barba gli ombrava le labbra e il mento. Per un attimo gli sembrò di vederlo vestito da signorotto del Seicento. Ma poi lo osservò nella sua camicia bianca fuori dai pantaloni grigi. Le maniche sbottonate. Lo odiava. Ma doveva essere lì quella sera. Lo doveva a suo padre.
“ Zio. Carissimo! Non so dirti quanto siamo contenti di averti qui. Che tu abbia accettato di venire a cena in casa mia per ricucire questo rapporto. Siamo una famiglia e dobbiamo comportarci come tale”. In casa mia. Finse di non aver sentito, mentre il nipote protendeva entrambe le mani a stringere le sue.
“ E’ un piacere anche per me Egidio. Che eleganza. Vi trovo in perfetta forma”, disse in realtà guardando più Marta che il nipote. Anche questi fece finta di non osservare lo sguardo depravato dell’uomo.
“ Ma accomodati ti prego. Tra poco serviremo la cena. Ho una sorpresa per te che ti farà felice”
Alberto continuava a guardare la stanza. Era contento che almeno quel buono a nulla del nipote non avesse cambiato nulla.
La cena fu consumata in silenzio. Solo un paio di volte Egidio tentò di introdurre qualche argomento, ma né la moglie né Alberto dissero una parola. Nella stanza si udiva soltanto il fischio del vento e il ticchettio della pioggia che echeggiava sul vetro.
Quando terminarono Egidio si alzò allontanandosi per qualche minuto, e riapparve con in mano una bottiglia. “ Tieni zio, questa è la sorpresa!”. Nella sua voce traspariva l’orgoglio.
Infatti l’attenzione di Alberto fu catturata all’istante dalla bottiglia dal collo sinuoso nelle mani del nipote. La prese, la rigirò. Quando vide di cosa si trattava, per un attimo dimenticò tutto il suo risentimento per Egidio. Degas. Un vino francese prodotto nel ’74 sulla collina di Saint Emillion in Francia. Era stato realizzato solo in mille bottiglie, con una gradazione alcolica di 17°. Dopo più di trent’anni in Europa non ne restavano in circolazione che sette o otto esemplari. O almeno questo raccontavano le leggende dei vecchi contadini francesi. Spesso Alberto aveva dubitato della stessa esistenza di quel vino. E invece ora era lì, stretto nella sua mano, davanti ai suoi occhi, che potevano leggere finalmente quella parola: Degas. Rimase a fissarlo per un po’.
“ Sei senza parole?”
“ Dove lo hai trovato?tu non sai che pezzo raro sia”
“ Lo so lo so, mi sono informato. L’ho rimediato dai figli di un vecchio collezionista belga. E’ stata dura strapparglielo. Non sai quanto l’ho pagato!”. Niente lo aveva pagato. Non poteva dirgli di averlo trovato nella cantina della tenuta. Egidio non ne aveva capito il valore finché non aveva fatto delle ricerche.
“ Che meraviglia…voi non sapete per quanto tempo ho sperato di poterlo assaggiare”. Egidio guardò la moglie con un ghigno di trionfo.
“ Aspetta, vado a prendere un cavatappi!devi berlo adesso zio”. Tornò dopo pochi minuti con l’apribottiglie in mano.
Con delicatezza sfilò la bottiglia dalle mani dello zio e l’aprì. Prese tre calici dalla credenza di legno e li ripose sul tavolo. Alberto guardò quelle mosse con grande attenzione. Poi prese con cura la bottiglia e versò un po’ di quell’odoroso vino in due calici. Il terzo rimase vuoto.
“ Voglio che assaggiate questa delizia. Però io voglio berlo da solo. Voglio restare da solo con questo pezzo unico”.
“ D’accordo zio”
“ Mi fermerò per un po’ sul patio. Bevete alla mia salute”. E così dicendo si alzò, indossò l’impermeabile e il cappello che i due erano andati a recuperare da un piccolo stanzino attiguo e uscì, senza una parola di più.

Egidio e Marta rimasero ad ascoltare i suoi passi sul legno. Quando non udirono più nulla si precipitarono alla finestra. Ciò che videro li esaltò. Seduto sul gradino c’era Alberto. La pioggia lo bagnava ma lui non sembrava neanche accorgersene. Con quel temporale era ancora più inquietante. Tra le mani stringeva la preziosa bottiglia. Lo videro portarla più volte alla bocca. Poi dopo qualche minuto si alzò già barcollante. Trattennero a stento un grido di eccitazione.
“ A questo punto possiamo anche festeggiare”, disse Egidio a bassa voce per non farsi udire. Strinse il calice di vino e porse l’altro alla moglie. Poi aggiunse: “ Brindiamo alla salute del vecchio. Che ci protegga sempre dall’alto”. i bicchieri affusolati tintinnarono e il vino finì in un sorso.
“ E’ amaro”, si lamentò Marta con una smorfia.
“ Quell’ubriacone si scolerebbe qualunque cosa. Dio santo che robaccia”, replicò Egidio con un’espressione grottesca e disgustata.
Dopo pochi istanti Marta si portò le mani alla testa e dovette mantenersi alla sedia per non cadere. La stanza le girava intorno sempre più veloce, sempre più veloce. Le gambe iniziarono a tremare. Egidio apriva e chiudeva le palpebre, cercando di mandar via la nebbia dagli occhi.
Il respiro cominciava a farsi affannoso. Facevano fatica anche a deglutire. La fronte cominciava ad inumidirsi di sudore.
Nel turbine di pensieri confusi di quel momento udirono dei colpi alla porta. Lenti. Costanti.
Nessuno dei due si mosse. E allora i colpi si udirono ancora, ancora più forti. Ancora più lenti.
Bum. Bum. Bum. Bum.
Egidio trovò la forza di avvicinarsi barcollando alla porta e la aprì. Sull’uscio si ergeva una figura nera e bagnata. Poi la voce, come proveniente dal fondo di un pozzo.
“ Allora?com’era il vino?”.
Le gocce di pioggia grondavano dal cappello nero, da cui uscivano gli indomabili capelli bianchi. Richiuse la porta alle sue spalle.
“ Non potete restare in piedi. Sarete stanchi”. Strascicò quelle ultime parole con voce graffiata da un odio inconfondibile. Marta si stese sul divano, ormai senza forze. Le gambe non la reggevano più. Egidio provò ad andare verso di lui ma cadde a terra, esanime. Le ultime cose che vide furono una fialetta di vetro cadere accanto alla sua faccia e due mani che gli afferravano le caviglie trascinandolo lungo il pavimento, e poi fuori. Le gocce di pioggia bagnarono il suo ultimo respiro.
Alberto trascinò il corpo del nipote sul selciato, fino ad arrivare alla porta della cantina.
“ Pensavi davvero che ti avrei lasciato godere la mia casa?affogando nei miei soldi e ingozzandoti del mio vino?”. Aprì la porta e lo fece strisciare all’interno. Le ferite alla testa avevano segnato una scia di sangue sul pavimento. Ricordava quella vecchia cassa intarsiata ferma vicino alla parete da decenni. Con fatica alzò il corpo senza vita lasciandolo scivolare dentro.
“ Riposa in pace”, sghignazzò chiudendo il coperchio.
Si voltò ripercorrendo la scia di sangue. Risalì il patio prendendo la sua preziosa bottiglia di Degas ed entrò in casa. Buttò impermeabile e cappello su una sedia, soffermando lo sguardo sui calici avvelenati sul tavolo.
“ Che pensiero gentile”, sussurrò al corpo disteso sul divano e iniziando a sorseggiare.
Dopo un attimo fece partire la musica. Eppure la stanza era avvolta dal silenzio. Le note si diffusero soltanto nella sua testa.
Prese posto sul divano accanto alla donna, continuando a guardarla con desiderio. Il pallore della morte era sensuale.
Poi chiuse gli occhi, posando la testa all’indietro sul cuscino. Portava il tempo con la mano.
Un lampo squarciò l’oscurità nella notte della sua mente.



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Re: L'INVITO A CENA
« Risposta #1 il: 20 Maggio 2010, 19:17:13 pm »
Deco, non posso che confermare il mio giudizio: tu hai una penna felice, una penna "commerciale" ( non c'è nulla di sminuente in questa parola, sia ben chiaro! ), sai costruire una storia, interessare il lettore, concluderla in tempi e ritmi "giusti" e questo è fondamentale non solo per la letteratura, ma anche per un editore, o almeno credo!Ci sono tratti di ottima narrativa nei tuoi racconti, descrizioni vive, ti devo dire che mi aspettavo il finale, ma tu stesso hai scritto che sono una lettrice incallita, comunque ben costruito... :-)
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Re: L'INVITO A CENA
« Risposta #2 il: 20 Maggio 2010, 23:28:56 pm »
tu non sai quanto io adori il termine "commerciale".....ebbene si io sono uno che scrive perchè vuole vendere e non perchè pensi che attraverso la letteratura si possano narrativizzare dei concetti, dei valori....io creo storie..voglio inventare e incatenare il lettore alle mie pagine...quello è il mio grande movente..non mi interessa minimamente che si arricchisca dopo avermi letto.....che pretesa da presuntuoso sarebbe..ti ringrazio sempre è bello avere delle lettrici..anche se sei l'unica che mi commenta...:(

Offline kant.51

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Re: L'INVITO A CENA
« Risposta #3 il: 20 Maggio 2010, 23:33:23 pm »
 :-)...che commenta, ma non che legge... ;)
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Re: L'INVITO A CENA
« Risposta #4 il: 20 Maggio 2010, 23:42:25 pm »
ma occhio che il numero di chi legge puo essere falso...basta entrare che conteggia...mettici le volte che ci entriamo io e te per commentare...risultato lettori zero  (bandit)

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Re: L'INVITO A CENA
« Risposta #5 il: 20 Maggio 2010, 23:55:11 pm »
all'inizio...ma poi? nel tempo? Quante volte rientriamo io e te a leggere e commentare? Inoltre se leggi dagli ultimi topics, la lettura non è conteggiata... :-)
Bisogna esaminare per bene tutti gli aspetti! :P
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Re: L'INVITO A CENA
« Risposta #6 il: 21 Maggio 2010, 00:16:33 am »
e perche non commentano questi fantasmi?tastiere rotte???  W00T!

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Re: L'INVITO A CENA
« Risposta #7 il: 21 Maggio 2010, 00:20:12 am »
Chissà...timidezza, non saper che dire, fretta, in effetti se vedi in giro, non è che i commentatori siano tanti...
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Re: L'INVITO A CENA
« Risposta #8 il: 21 Maggio 2010, 00:29:32 am »
è vero che peccato...poteva essere piu coinvolgente questo forum..pure la mia cuginetta mi abbandona...sta sempre a studiare non riesco a portarla sulla retta via!!

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Re: L'INVITO A CENA
« Risposta #9 il: 21 Maggio 2010, 00:31:53 am »
Comunque spero che tu abbia sottoposto i tuoi racconti a un editore, a qualche rivista, a qualche concorso...datti da fare, perchè la stoffa c'è ed è anche bella e pronta per essere confezionata!  ^_^
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Re: L'INVITO A CENA
« Risposta #10 il: 21 Maggio 2010, 00:44:11 am »
dici che non è da presuntuosi buttarsi già?in fondo è pochissimo..cmq ne scriverò degli altri e cerchero di finire il romanzo..ma ti piacciono i gialli?

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Re: L'INVITO A CENA
« Risposta #11 il: 21 Maggio 2010, 00:50:04 am »
certo, da quelli classici ( Hammet) a quelli legal, a Carofiglio, ai gialli Mondadori di cui ho una cospicua raccolta...mi piace il fantasy e la letteratura...mi piacciono le fiabe, mi piace la poesia... mi piace la psicologia e anche la sociologia...ma ora non leggo più come un tempo, adesso leggo molto poco, non so perchè, invece per anni e anni...
Adesso però scrivo! :-)...con tutti i miei limiti, intendiamoci, ma forse ora è questo tempo...tempo di scrivere... :-)
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Re: L'INVITO A CENA
« Risposta #12 il: 21 Maggio 2010, 00:52:00 am »
e forse poteva pure venire prima questo tempo kant ma non è mai troppo tardi..cmq ho un giallo che potrei postare per fartelo leggere..è un racconto che mandai al concorso carabinieri in giallo e deduco che lo avranno usato per pulire le fiammelle sul cappello..cmq è lungo 15 pagine..

Offline kant.51

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Re: L'INVITO A CENA
« Risposta #13 il: 21 Maggio 2010, 00:57:00 am »
se preferisci inviarlo privatamente la mia email è pubblica, se invece vuoi inserirlo qui fai pure, certamente altri leggeranno con piacere...
Mi piacerebbe davvero a volte essere un editore! Ci sono tanti talenti qui ed è un peccato che non abbiano i canali giusti... :-)..ma dai, è questione di tempo...del resto anche il nostro pensieriparole ora è casa editrice! :-d
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Re: L'INVITO A CENA
« Risposta #14 il: 21 Maggio 2010, 00:58:55 am »
e che è pensieriparole non conosco :)
allora domani lo posto dai,tutto in un enorme blocco....