Capitolo 3
Arrivai in macchina e lei sembrò felice di vedermi tornare perchè si accesse al primo colpo, cosa che raramente faceva…
Immeso sulla strada mi accesi l’ultima sigaretta, fermo tra le due corsie, tanto non passava mai nessuno per quella stradina di campagna…
Mi fermai a guardare fuori…
Si vedeva tutto il paese illuminato e la luce intorno ad esso era sfumata dalla nebbia che ricopriva gli angoli, stavo assistendo ad uno spettacolo agghiacciante….
Sembrava che il mondo si fosse fermato per trenta secondi di delirio… vedevo le luci ferme, le auto si muovevano lentamente e pensavo a cosa stessero facendo quelle persone lì sotto…
Su di me c’era uno di quei lampioni…
Forse qualcuno stava guardando me come io guardavo lui, in un’incognita visuale d’insieme…
Mi sentii osservato, innestai la prima e ripresi il mio cammino…
Ora le luci si seguivano l’una con l’altra in una linea luminosa, forse ero riuscito a nascondermi nella folla… chiunque mi volesse osservare ora non mi avrebbe più notato…
Forse stavo diventando paranoico…
All’improvviso vidi in fondo alla strada una figura umana sulla mia corsia… stava oscillando le mani in segno di arresto…
Non avevo voglia di portare persone a bordo, quantomeno di fermarmi a chiaccerare…
All’inizio non distinsi nemmeno la persona dalla strada, probabilmente la sfiorai col cofano…
Quattro metri più avanti sentii un tonfo sul retro, mi voltai e vidi il vetro lesionato…
Ci mancava solo questa quel giorno…
Feci retromarcia e girai il volante verso destra, in modo da trovarmi con il mio finestrino all’altezza della sua cinta…
Era una ragazza…
Abbassai il finestrino e lei si chinò per potermi guardare in volto…
<< scusami per il vetro, davvero non l’ho fatto con malignità.. è stato solo un momento di rabbia, sei l’unica persona che vedo passare da un’ora ormai, per favore perdonami…>>
I suoi capelli ricci e neri inondarono il mio spazio vitale e mi trovai immerso nel suo profumo… forse troppo forte, dovetti smettere di respirare per un poco prima di poterlo apprezzare…
<< ti prego ho bisogno di aiuto, ho la macchina ferma e devo arrivare giù in…>>
Non la lasciai finire di parlare…
<< Sali e fai in fretta>>
Non se lo fece ripetere due volte…
Era una ragazza, non una donna … stava rannicchiata sul sedile con le gambe strette e spesso la vedevo mordersi le labbra, sembrava agitata…
Vestiva con una maglietta nera scollata, unica cosa che portava di nero ed aderente, per il resto aveva una minigonna e stivaletti e al braccio portava un giubbotto e una piccola borsetta, tutto di un bianco vernice… tipico abbigliamento da discoteca, pensai… e non mi sbagliavo…
<< comunque piacere, mi chiamo Eva, tu chi sei??>>
Non risposi, probabilmente perché anch’io mi sentivo a disagio con una ragazza che vestiva e si chiamava come una prostituta… soprattutto perché aveva forse vent’anni…
<< ok hai ragione, ho sbagliato… ma… senti… vorrei farmi perdonare… che ne dici di una birra??>>
Non so cosa mi fece muovere le labbra, forse la voglia di evadere e di togliermi dalla testa tutti i problemi… in fondo, pensai, un momento di aria fresca non mi avrebbe fatto male…
<< va bene, fermiamoci qui…>>
Ormai eravamo arrivati in paese già da un po’… mi fermai davanti all’automatico e feci per prendere il portafoglio, ma non avevo spiccioli…
Probabilmente lei si accorse della mia difficoltà guardandomi in viso, quindi scese e mi porse cinque euro…
Non sentii il bisogno di ringraziarla… infondo mi doveva ancora molto…
Presi le mie sigarette, poi le feci cenno della strada che dovevamo percorrere…
<< di dove sei??>> dissi…
<< allora anche tu hai una voce??>>
<< si, ma spera di non sentirla spesso…>>
Rise, ma quando mi vide serio smise subito…
Arrivammo davanti al locale, si sentiva già la musica davanti al portone d’ingresso…
Qui m’imbattei in un tipo strano, uno di quei ragazzi underground che vestiva largo… si scontrò con me, facendomi cadere il pacchetto da mano…
Lo raccolse e me lo porse chiedendo scusa, il tutto mantenendo un sorriso sfacciato stampato in faccia… avrei voluto prenderlo a pugni…
Corse via subito, almeno era di poche parole…
Entrati dentro ordinai subito un Negroni, Eva invece chiese un Martini Rosso…
Tanto pagava lei…
<< non mi hai ancora detto come ti chiami…>>
<< t’interesserebbe poi molto saperlo??>>
<< a dir il vero mi piacerebbe sapere il nome di qualcuno a cui devo un vetro…>>
Continuammo così fino alle tre, quando io ero al mio terzo Negroni e lei al quarto Martini, parlando tutto il tempo, poco di me e per il resto di lei, giocando un po’ al gatto col topo, per senza ruoli ben assegnati…
<< per favore accompagnami, non riesco a tenermi in piedi da sola… ho troppo sonno e casa mia è lontana>>
Sicuramente non ero in condizioni legali per portare l’auto, ma a questo punto non m’importava molto…
Tornati in macchina m’indicò la via e in meno di dieci minuti eravamo sotto casa sua… era un appartamento molto fatiscente, si vedevano le chiazze di cemento che uscivano fuori e l’intonaco a terra circondava l’abitato…
<< bella casa…>>
<< vuoi salire??>>
Risi tra me e me…
Era piccola probabilmente, ma era molto bella, lo ammetto… i suoi tratti mi facevano evadere dai pensieri fatti fino a un paio di ore prima… quello poteva essere un avvertimento di ciò che la vita mi poteva concedere se avessi smesso di pensare al passato o, molto probabilmente, fu un semplice colpo di fortuna…
Fu l’alcool che mi girava in testa a farmi accettare, ne sono sicuro…
Alle prime luci dell’alba lei dormiva sul mio petto e io mi ero ormai ripreso dalla nottata prima…
Un raggio di sole dorava i contorni dei suoi capelli neri… sembrava un angelo…
Eva, si chiamava come il primo peccato che l’uomo si potesse concedere, e persino Dio non ha potuto obbiettare, ma lei era un peccato troppo grande per essere sopportato in quel frangente di vita, persino da me…
Per un secondo mi sembrò che il cuore riprendesse a battere, ma un brivido gelido mi fece accorgere che era solo una falsa sensazione… era solo un colpo apoplettico, il cervello mi stava avvisando che dovevo andarmene… avevo già combinato troppi casini e rovinato troppe vite con il mio modus facendi…
Vidi l’orologio a polso che avevo appoggiato sul comodino, erano ormai le sei, e io ero in ritardo sulla scala di marcia… scesi dal letto facendo attenzione a non svegliare Eva e andai in bagno per lavarmi il viso…
L’acqua fredda scorreva come pioggia sui lineamenti del mio volto, mi sentivo purificato da tutto il male che vestivo…
Mi affrettai a vestirmi e ad uscire dal bagno, avevo molto da fare quella mattina…
Capitolo 4
Attraversai la stanza in assoluto silenzio ed Eva sembrò non accorgersene nemmeno…
Entrato nella cucina adiacente alla stanza presi un foglio bianco ed una penna, quindi iniziai a scrivere poche righe dal significato distorto…
Le parlai della mia vita, di ciò che non sapeva di me e che mi chiese la sera prima, quindi le dissi il perché del mio comportamento e le chiesi scusa…
Presi venti euro dalla tasca e le poggiai sul tavolo, per rimborsarle i sodi spesi al bar…
Uscii…
L’aria di prima mattina era densa e bagnata, mi sentivo avvolgere in un panno umido e respirai a fondo….
Pensai che probabilmente quella era l’ultima volta che potevo concedermi di godere un’ alba…
Entrai in macchina e chiamai il mio contatto, che mi disse subito il luogo dell’incontro…
Guardai nel portaoggetti per controllare se la mia scacciacani modificata era ancora lì…
Vivere in un bosco non era certo semplice, molte volte bisognava uccidere gli animali per vivere in tranquillità, ma mai avrei potuto pensare che per la mia tranquillità spirituale avrei dovuta usarla per scopi ancor meno etici…
Guidai con assoluta tranquillità per la strada…
Vedevo le prime macchine del giorno correre a lavoro, gente che della vita avrà visto poco più di niente, contenta di potersi accomodare nella bambagia di una vita tranquilla… cosa a cui io non avevo mai pensato… a cosa sarebbe servito vivere a metà per godersi qualcosa solo per un piccolo frangente della propria vita se puoi viverla interamente e senza alcun rimpianto…
Purtroppo avevo sbagliato la parafrasi del mio pensiero applicandolo nella vita reale…
Passai prima per casa mia per controllare che tutto fosse chiuso per bene e in ordine, poi ripresi il mio cammino…
Chissà quando la rivedrò quella casa… forse è rimasta ancora com’è… ancora con quel letto disfatto e le traccie di quelle vite morzate da un colpo di coda del destino…
Mi chiedo ancora oggi cosa sarebbe successo se avessi preso un’altra strada, anche se non mi pento di ciò che ho fatto… spesso la vita bisogna scriverla di proprio pugno per poi esser leggibile per il proprio occhio…
Parcheggiai vicino al giardinetto dove dovevamo vederci, il mio contatto non c’era ancora, l’appuntamento era per le sette e trenta, quindi scesi dall’auto per concedermi una passeggiata…
La gente faceva jogging e portava a spasso il cane, tutto scorreva tranquillamente…
Mi sedetti su una panchina e mi misi a guardarmi attorno, cercando ancora qualcosa che rapisse la mia attenzione… ormai erano già le otto e il mio contatto ancora non era arrivato…
Da dove stavo seduto potevo vedere la scuola di mio figlio sull’altro lato della strada… c’era un ragazzo in particolare nel gruppo, lo riconobbi subito… era un amico di Alberto e camminava con passo spedito e il sorriso sornione spalmato in viso… probabilmente non sapeva cos’era successo e quel giorno se lo sarebbe ricordato per sempre, quando tutti gli altri lo avrebbero avvisato…
Mio figlio…
Sedici anni e la testa un po’ troppo libertina, ma non meritava quella fine… fu accoltellato per storie di droga, scambiato per un altro ragazzo… poi il coma e infine…
Ora respira con il fiume dove l’ho lasciato…
Sentii una mano poggiarsi di peso sulla mia spalla… mi voltai di scatto…
<< mi dispiace davvero per tuo figlio…>> era il mio contatto…
<< dovresti sapere che odio i convenevoli >>
<< certo…>>
Mi passò un foglio con su scritto un nome… era un ventenne di spicco nella società malandata del paese…
Non lo salutai nemmeno e corsi in macchina, per poi trovarmi nel cantiere dove lavorava per coprire le maldicenze dovute alla sua ricchezza…
Lo vidi subito, stava fermo vicino a un muretto fumando una sigaretta… presi la scacciacani e la nascosi nei pantaloni… poi scesi…
Mi avvicinai velocemente…
Finalmente non pensavo più a nulla, la testa era sgombra e al posto delle immagini oniriche dei miei ricordi, proiettava la sua faccia… subito dopo il nero assoluto…
Mi dissero poi che gli scagliai un destro in viso, poi lo presi a calci quando si trovò a terra… alla fine presi la scacciacani, lì però il ricordo è molto lucido…
Lo guardai negli occhi e vidi il terrore, il sangue colava dal naso e ricopriva la bocca ed il mento… Chiedeva perdono e piangeva…
Pensai a mio figlio, pensai alla stessa scena e come personaggi principali mio figlio e quel bastardo ma nella posizione inversa… inspirai a fondo e premetti il grilletto…
Gli operai del cantiere erano rimasti pietrificati dalla velocità dell’accaduto, ma non persero tempo a chiamare i carabinieri…
Lasciai la scacciacani vicino al corpo e m’inginocchiai guardando in alto… il cielo era terso e il sole illuminava ogni granello di quella polvere che avevo alzato…
Mi sentii libero per cinque minuti… poi arrivarono e mi portarono in caserma…
È passato un anno preciso da quel giorno…
capitolo 3 rivisto e 4 appena sfornato...
ti ringrazio kant
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ma mi sa che sei solo tu a leggere queste pagine
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