Sto cercando di tenere a bada i miei capelli mossi dal vento quando sento una voce dietro di me che dice: “Chiara?”. Mi volto e vedo un uomo in un maglioncino leggero color grigio scuro con il collo di una camicia bianca che sbuca da sotto il maglione. Finalmente è arrivato. Mi sorride presentandosi e porgendomi la mano e, ricambiando la stretta, gli dico: “Piacere mio”. Cerco di ricordarmi il suo nome, me l’ha appena detto. Credo d’aver capito Valerio. E’ che tutto mi sarei immaginata tranne un uomo così carino che con questo sorriso smagliante e rassicurante mi guida verso l’appartamento. Mi ritrovo improvvisamente a pensare che è stata una fortuna aver indossato questi nuovi jeans che mi vestono proprio a pennello e mi preoccupo d’avere qualcosa fuori posto. Mi sistemo i capelli velocemente mentre lui cammina davanti a me. All’improvviso rallenta il passo in modo che io possa raggiungerlo e camminare al suo fianco. Mi chiede scusa per il suo ritardo spiegandomi che ha avuto un problema alla macchina e un’altra serie di cose a cui però non faccio grande attenzione in questo momento, perché sono troppo presa a chiedermi quanti anni possa avere e a sentirmi immersa in questa situazione per me del tutto nuova. Lui non avrà più di trent’anni e per me è la prima volta che vado a vedere un appartamento in affitto. A dire il vero non so neanche riconoscere le stanze umide da quelle non umide, specie in questo periodo dell’anno. Prima di arrivare alla meta, lui stesso inizia già a parlarmi dell’appartamento. Mi dice che oltre alle spese di gas, luce ed elettricità qui c’è da pagare una somma modesta di condominio ed una altrettanto modesta per la donna delle pulizie che viene una volta alla settimana. Annuisco e in verità mi rendo conto di non avere termini di paragone perché non ho mai avuto esperienze di affitto, quindi non saprei certamente giudicare se le somme di cui mi parla siano convenienti o meno. Intanto annuisco fingendo di ritenere queste somme di cui mi parla abbastanza convenienti. Arrivati al condominio, ci entriamo e mi arriva alle narici un buon odore di pulito. C’è una grande pianta nell’ingresso, in un grosso vaso di terracotta. Sulla sinistra c’è un ascensore. Valerio lo chiama e si volta verso di me sorridendomi di nuovo. “Lei è anche una studentessa?” mi chiede, in attesa dell’ascensore. Mi sento in imbarazzo per questa sua domanda, come se dovessi giustificarmi del fatto che non ho potuto studiare perché i miei non avevano la possibilità di pagarmi gli studi e che ormai all’età di 26 anni, anche se ho il mio lavoro fisso da tre anni come segretaria presso uno studio legale, non posso più permettermi di iscrivermi all’Università. In verità ho pensato anche a questo ultimamente, ma mi sento vecchia per mettermi a seguire le lezioni insieme ai ragazzi di 19 anni e con il mio lavoro a tempo pieno non avrei neanche abbastanza tempo libero per studiare. Gli rispondo di no, che faccio la segretaria per un avvocato che ha deciso di spostare la sede del suo studio qui in città e che è questo il motivo per cui cerco casa a fine Maggio. Per fortuna l’ascensore è arrivato e Valerio da gentiluomo mi cede il passo per farmi entrare per prima. Preme il bottone per il terzo piano. Mi è tornato l’imbarazzo, me ne creano sempre questi momenti in ascensore. Siamo vicinissimi, uno di fronte all’altro. Se mi volto sulla sinistra c’è un grande specchio, sulla destra la porta dell’ascensore, di fronte ho Valerio. Non so proprio da quale parte guardare. Lui non sembra così imbarazzato. Infondo è vero, che motivo c’è per esserlo? Nessuno parla, ce ne stiamo muti. Vorrei dire qualcosa, come se fosse d’obbligo rompere questo silenzio. Mi accorgo che Valerio indossa un profumo buonissimo, persa nel mio disagio sento l’odore invadermi dolcemente e vorrei dirgli proprio questo ma penso che rischierei di sembrare invadente. È solo il proprietario dell’appartamento in affitto che sto per vedere. Per quanto ne sappia, potrebbe anche essere sposato e sembrerebbe che ci stia provando con lui. Non sarebbe affatto carino. Il fatto che mi dia del Lei mi fa anche pensare che preferisca mantenere le dovute distanze. Quindi taccio. Senza volerlo il mio sguardo cade sulle sue mani alla ricerca di una fede intorno all’anulare, ma non vedo alcun anello. Vedo solo due grandi mani, sembrano lisce e vellutate, proprio delle belle mani. Non ha la fede, penso. Allora sarà fidanzato. Siamo arrivati al terzo piano, è stato più veloce di quanto credessi e finalmente le porte dell’ascensore si riaprono ponendo fine a questo fastidioso imbarazzo. Valerio si dirige verso la prima porta sulla destra e infila la chiave nella serratura. Entriamo nell’appartamento. Un odore di chiuso arriva improvvisamente alle narici. Valerio si scusa aprendo le finestre e spiegandomi che non ci abita nessuno da un mese e quindi quest’odore di chiuso è anche abbastanza normale. L’appartamento è molto luminoso e in soggiorno attira subito la mia attenzione una porta-finestra con la tapparella alzata da cui si esce su un balconcino e intuisco che si affacci proprio sulla strada. Adoro avere sotto al naso strade affollate di gente. Questa è una strada di passaggio e m’immagino ad osservarci la gente nelle sere malinconiche e solitarie, specie nel periodo di Natale, quando tutti si accalcano per le strade, nei negozi e alle vetrine e camminano carichi di buste e di pacchi regalo sotto luci colorate che si illuminano a intermittenza. Guardo Valerio che ora mi invita a seguirlo. L’appartamento non è grande ed è ammobiliato discretamente. In tutto ci sono solo il soggiorno, due stanze e un bagno. Dopo averle viste tutte, mi sembra che, dimenticando l’odore di chiuso facilmente abbattibile, la casa possa dirsi del tutto accogliente. Fermatici un attimo in soggiorno, Valerio mi fa notare che c’è un ampio angolo vuoto tra il divano e la porta d’ingresso, che a lui personalmente non piace perché rende la stanza altrettanto vuota e mi invita a riempirlo con qualsiasi cosa io preferisca se dovessi decidere di prendere l’appartamento. Ma è solo un suo consiglio. Usciamo sul balconcino dalla porta-finestra e confermo che dà proprio sulla strada da cui siamo giunti, come avevo immaginato. Ci appoggiamo contemporaneamente sulla ringhiera e guardo giù con fare bambino. Noto l’insegna del negozio per animali presso cui ho sostato, il bar dove ancora sono seduti gli uomini di fronte alle loro tazze di caffè e in lontananza credo di scorgere anche un angolo di piazza. È un bel posto. Un appartamento proprio al centro della città. Valerio interviene a confermare i miei pensieri dicendomi che secondo lui l’aspetto più interessante è proprio la zona in cui ci troviamo. Dice che non mi mancherà mai niente, che sarò vicina a tutto quello di cui potrò avere bisogno, perché è una zona piena di banche, ci sono gli uffici postali a pochi passi dalla piazza, il panettiere proprio sotto il portone di casa, un fast food all’angolo della strada vicino al negozio per animali e un supermercato poco più avanti, per non dimenticare la fermata dell’autobus a soli due passi da qui. Mi giro leggermente a guardarlo mentre mi parla e noto una leggera barba incolta che cresce sulle sue guance. Mi accorgo che ci siamo appoggiati tutti e due alla ringhiera come se non volessimo più spostarci da qui, nessuno dei due si muove e siamo in una posizione tipica di chi è intento a farsi una bella chiacchierata. L’orario lo richiede e il sole che batte dolcemente sul balcone ci invita a rilassarci e a godere di questo torpore che sa tanto di lunghe ore passate a dimenticarsi di tutto, persi nel sapore di qualche bibita fresca, lasciandosi cullare da questo squarcio quotidiano, dalla calma che a quest’ora arriva dalle strade e dalle case, dai balconi pieni di bucato steso ad asciugare, dai terrazzini assolati e dai primi camioncini di gelati che passano con le loro musichette attira bambini. Ma invece di chiacchierare, io e Valerio restiamo in silenzio. Mi giro di nuovo a guardarlo di nascosto, sapendo che non potrà accorgersene perché lo vedo attento ad osservare il mondo tranquillo sotto di noi. E’ scomparso ogni sintomo di imbarazzo. È un momento in cui sto davvero bene. Spero che lui non si muova da qui perché non ho voglia di andare via. Chiudo un attimo gli occhi e sento il calore del sole ancora più forte sulla mia pelle, lo sento come se i suoi raggi fossero tante braccia con cui è in grado di avvolgermi completamente. Spero che Valerio si volti a guardarmi mentre ho gli occhi chiusi perché ho bisogno che mi guardi, che mi guardi mentre provo quello che sto provando. Sento il sole, la calma che scorre nelle mie vene, i lineamenti del mio viso che immagino distesi e totalmente rilassati, sento la melodia di un camioncino dei gelati che, allontanandosi, lascia solo una dolce scia musicale nella mia mente, sento il vento che scompiglia i miei capelli, sento che non c’è niente di brutto che potrebbe accadere in questo momento, mi sento lontana da ogni cattivo pensiero, con una forza nuova che si crea dentro di me e che nasce dal profondo delle mie viscere, come una sensazione di gioia, di pacatezza, di quiete, di dolcezza e insieme a questa forza nasce anche un senso di stupore che sa tanto di promessa e di novità, che mi permette finalmente di capire in che direzione devo rivolgere il mio sguardo, e infine sento la vicinanza di Valerio, mi pare di percepirlo sempre più vicino, sempre di più, sino ad avvolgermi il suo profumo, sino a percepire addirittura il suo respiro. Sento tutto questo e spero che mi stia guardando. Rimango qualche minuto così, assopita nel torpore di questo magico pomeriggio di fine primavera. Ma poi riapro gli occhi e vedo i capelli di Valerio luccicare al sole. Non saprò mai se mi ha guardata, anche solo per un istante, ma per me è come se lo avesse fatto. La mia vista fa fatica a riabituarsi a questa luce intensa. Vedo l’ombra di un bambino che scompare dietro l’angolo di un palazzo, era un’ombra scura sull’asfalto assolato. Valerio si volta verso di me e inizia a raccontarmi che in questo appartamento più di una volta ci aveva vissuto anche lui da piccolo, insieme a sua nonna, con cui rimaneva quando i suoi genitori, come spesso accadeva, partivano per lunghi viaggi all’estero. E ci ritroviamo all’improvviso immersi in una lunga conversazione in cui lui è il leader e mi parla di molte cose della sua vita. Lo ascolto con grande piacere. Noto che non ha difficoltà ad aprirsi con me e che aveva proprio voglia di parlare. Dai suoi discorsi trapela anche un senso di solitudine che deriva dalla recente fine di una storia d’amore. I suoi occhi castani brillano e sulla fronte ci sono pieghe di pelle che si sono formate dallo sforzo di tenere gli occhi aperti in direzione del sole. Ma ormai, man mano che i minuti passano, il sole diventa sempre più tiepido e non ci siamo accorti che sono passate già due ore. Guardo l’orologio. “Tra un po’ devo riprendere l’autobus”, dico. Rientriamo in soggiorno e lui chiude dietro di noi la porta-finestra ed abbassa la tapparella. Mi chiede se voglio rivedere le stanze e gli rispondo che non ce n’è bisogno. Mentre siamo ancora in soggiorno intenti a uscire, vengo attratta da un posacenere di cristallo appoggiato sul bordo del caminetto. Mi accorgo che è pieno di sassolini bianchi e tondeggianti. La curiosità mi spinge a chiedergli cosa siano. “Sono ciottoli di fiume” spiega. “Mia nonna li ha sempre tenuti qui in ricordo del suo unico nipote che li aveva raccolti e glieli aveva donati”. Leggo nei suoi occhi la tenerezza dei ricordi. Mi racconta di averli raccolti quando era piccolo sulla riva di questo fiume dalle acque cristalline, durante una gita di famiglia. Mi confessa che gli piacerebbe andare a prenderne degli altri, altri di questi ciottoli che sanno di tante vite perse lungo le acque di un fiume che scorre senza mai fermarsi e che è certo abbia una meta, come tutte queste vite sulla riva. “Quando li guardo ci vedo la mia voglia di fare che vorrei assomigliasse ancora a quella che avevo da bambino”, dice. Io, invece, ci vedo la mia voglia di ricominciare, di voltare pagina e di scrivere con l’inchiostro della felicità ogni rigo della mia nuova vita.
Usciamo dall’appartamento e mi porto dietro un senso di rinascita e di serenità che non avevo prima di venire qui. Mentre lui rimette la chiave nella serratura e chiude la porta, io chiamo l’ascensore e quando arriva ci entro per prima. Ci ritroviamo nella stessa posizione di quando lo abbiamo preso due ore fa. Su un lato lo specchio, sull’altro la porta, noi due uno di fronte all’altra, ma non c’è più imbarazzo. Ogni tanto ci capita di guardarci negli occhi. Arrivati a piano terra si riaprono le porte dell’ascensore. Esco prima io e lui mi segue verso l’uscita del condominio. Mi chiede se ho bisogno di un passaggio ma gli dico che la fermata dell’autobus è proprio nel punto in cui ci siamo incontrati. Gli comunico anche che gli farò sapere presto cosa avrò deciso sull’appartamento. “E’ stato un piacere, Chiara”, mi dice porgendomi la mano per una stretta di saluto. “Anche per me”, rispondo sorridendogli e ricambiando la stretta. Ci salutiamo dimenticandoci che siamo venuti dalla stessa parte e che dobbiamo fare ancora qualche passo insieme. Ci mettiamo a ridere quando ci vediamo ancora l’uno accanto all’altra. Arriviamo alla fermata dell’autobus nonché al negozio per animali che adesso è aperto. “Allora ciao”, mi dice. “Ciao”, gli rispondo. Lo guardo andare via. Prima di scomparire dietro l’angolo da cui era arrivato, si volta di nuovo verso di me come volesse dirmi qualcosa, ma mi saluta soltanto, sventolando la mano. Mi volto verso il bar e ci vedo una coppia di fidanzati seduta al tavolino al posto dei signori di prima. Il sole non è più forte come in quelle prime ore del pomeriggio e la strada è piena di zone ombreggiate che creano dei disegni scuri su cui fisso la mia attenzione per qualche minuto. Mi accorgo che sta arrivando l’autobus. E’ fermo al semaforo rosso. Guardo un’ultima volta il condominio cercando di capire quale tra i tanti sia il balcone del “mio” appartamento. Poi mi volto verso il negozio per animali alle mie spalle e ci guardo dentro attraverso la vetrina. Vedo un bellissimo acquario tutto illuminato in cui nuotano dei meravigliosi pesci arancioni. Guardando più attentamente, mi accorgo che a fare da fondale all’acquario ci sono tanti sassolini tondeggianti. Sono simili ai ciottoli di fiume nel posacenere di cristallo. Si, penso. In soggiorno, nell’angolo vuoto tra il divano e la porta d’ingresso, quell’acquario ci starà a meraviglia.
S. Giorgino